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Il palio delle contrade morte

Il palio delle contrade morte

Valeria è su un balcone affacciato su piazza del Campo. Suo marito, l’avvocato Maggioni, da un altro balcone la vede flirtare spudoratamente con l’affascinante Guidobaldo, sebbene sappia che lui la vede. E d’altra parte lui sta facendo lo stesso con la giovane Ginevra. È come se fossero in un tempo e uno spazio sospesi, che esulano da quelli normali in cui i due sono una normalissima coppia, convenzionali fino alla noia, e tutto fosse concesso. Lo erano almeno, una banale coppia, fino a tre giorni prima, mentre stavano raggiungendo il casale in cui Paolino, il fratello di Valeria, si è trasferito abbandonando Milano e dandosi alla vita agreste. Ma Paolino, il casale, le confetture e l’olio genuino appartengono anche loro a un altro mondo e a un altro tempo. È stata la grandinata indubbiamente, improvvisa e violentissima, che ha trasformato la campagna toscana in una dimensione parallela, in cui ogni riferimento si è perso, dove i muretti a secco i dossi i cipressi appaiati prima della lieve discesa sono diventati identici e irriconoscibili da ogni altro muretto dosso o cipresso. È stato l’apparire della villa e del filippino seguito da Guidobaldo e dal resto degli occupanti a lanciare sulla coppia un velo che ha spostato tutti gli equilibri, alterando irrimediabilmente la realtà. Lontani dalla quotidianità, e forse dalla realtà, nonostante un morto - che solo la sera precedente spadroneggiava per qualche misteriosa ragione in casa d’altri - i coniugi Maggioni si trovano immersi, senza possibilità di scampo, in un gioco sinistro che ai coinvolti fa escludere totalmente il resto del mondo per concentrarsi sulla carriera delle contrade senesi, per assicurarsi il drappellone…

Che il Palio di Siena scateni da sempre una sorta di follia collettiva che colpisce la città, migliaia di appassionati e altrettante di detrattori – gli animalisti – è cosa nota; due volte l’anno, il 2 luglio e il 16 agosto Siena apparentemente si paralizza in attesa della Carriera, una paralisi che nel giro di un minuto e mezzo (tanto durano secondo più secondo meno i tre giri di pista che fanno i cavalli) si scioglie scompostamente nel momento in cui un cavallo vince assicurandosi il Palio, un drappo (da cui gli altri nomi, drappellone e cencio con cui viene indicato, dipinto ogni volta da un artista di nome) che verrà poi conservato nel museo che ogni contrada ha. Ma qui parliamo di un romanzo, una storia, scritto da due dei più eclettici autori italiani, Fruttero e Lucentini. Ogni loro romanzo, che sia un giallo o meno, ad un certo punto si ammanta di magia. A volte è quella delle parole, altre la costruzione dei periodi dei capitoli o come in questo caso lo sfiorarsi del reale e l’irreale, non l’unico fra l’altro. Ci si perde durante quella grandinata come se si fosse in auto con i Maggioni e poi si rimane invischiati, piacevolmente e consapevolmente in quella trama di parentele inspiegabili a chi non ne sia coinvolto ma soprattutto si viene irretiti dal Palio. Perché se per il resto del mondo dura appunto il tempo di un pomeriggio, per i contradaioli è una sorta di morbo, non invalidante ma sempre presente. Magistralmente, va riconosciuto, Fruttero e Lucentini mettono su carta, sotto lo sguardo analitico e razionale del Maggioni (che non riesce ma vuole comunque sottrarsi a quel tempo sospeso) quelle che sono le infinite regole, la Storia, ma soprattutto quello che non si vede. Gli intrighi, le scorrettezze, l’essere mercenari dei fantini, ma sopra ogni cosa - come esplicitato dal titolo - quello che potrebbe essere rimasto delle contrade soppresse, morte per la toponomastica, ma forse non nel cuore di chi per discendenza vi sarebbe appartenuto. A dirigere Palio e narrazione, regina suprema – che determina anche l’appartenenza - la sorte. “Tutti la nominano con affettuosa rassegnazione, ne parlano come di una parente bizzarra che si è costretti a tenere in casa. È la diciottesima contrada, l’undecimo cavallo che scatta invisibile dai canapi di partenza”.