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Il pane perduto

Il pane perduto

A sei anni la sola preoccupazione della piccola Dikte, abitante di un paesino nelle campagne ungheresi, sembra essere la povertà: il padre, congedato dall’esercito per il fatto di essere ebreo, per mantenere i propri cari ogni mattina parte con il proprio carretto per vendere pollame e animali da cortile, tornando ogni volta avvilito a causa della propria incapacità di contrattare. La mamma sogna la Palestina, la Terra Promessa: il pensiero di recarsi là in futuro sembra alleviare le incursioni dei ragazzi in strada che inneggiano ad Hitler o le vessazioni che le sue figlie subiscono a scuola da parte dell’insegnante a causa della propria professione religiosa. Grazie al supporto dei familiari, Dikte e la propria famiglia riescono a cavarsela, speranzosi che il nazismo stia volgendo al termine e che gli ebrei ungheresi siano indenni dal rischio della deportazione. Una notte, però, nella primavera del 1944, sul far del giorno della festa della Pasqua ebraica, mentre la madre è intenta ad infornare il pane con la farina in quei tempi tanto preziosa, i soldati bussano alla porta e portano Dikte e tutta la sua famiglia prima in un ghetto, poi in direzione Auschwitz. È l’inizio di un incubo della durata di un anno: la separazione dai propri genitori e dal proprio fratellino, la vita nel lager sotto le angherie delle kapò, la paura di essere selezionate per l’inceneritore o per i bordelli, la scarsezza del cibo, il pesante lavoro sui binari. Tutto sembra insopportabile e senza scampo, fino a che, finalmente, nell’aprile del 1945 il regime nazista crolla e Dikte, insieme alla sorella e agli altri prigionieri, viene liberata. Ma questo momento, tanto atteso e anelato, non è il ritorno alla normalità che si aspettava…

Vincitore del premio Strega Giovani 2021, Il pane perduto è il libro che completa la testimonianza che l’autrice aveva reso con il suo primo Chi ti ama così. Mentre in quello, tramite la forma del diario, la scrittrice aveva ricostruito le proprie vicende della deportazione nei campi di concentramento, in questo, in uno stile essenziale ed asciutto, si concentra sulla ripresa di una vita che non accenna a ritornare “normale”. La degradazione, l’inflizione di umiliazioni e sofferenze, l’identità sradicata come fantasmi perseguitano i sopravvissuti, condannandoli ad un senso di estraneità che soffoca ed impedisce di sentirsi al proprio posto nel mondo tra amici, familiari e persino con chi ha vissuto lo stesso inferno, come nel caso della Bruck con la sorella. Emblematico è il fatto che, sebbene l’autrice con gli anni trovi una propria stabilità grazie all’amore della sua vita – il poeta e regista Nelo Risi cui ha dedicato il precedente romanzo Ti lascio dormire così – e riesca a coltivare la propria passione per la scrittura, rimpiange sempre il tempo in cui povera e scalza correva per le vie del proprio paesino “senza presente e senza futuro”. Più che assolvere al dovere della memoria, in questo breve romanzo autobiografico la scrittrice sembra voler raccontare il difficile percorso della rinascita, dalla Terra Promessa – così sognata dalla madre, ma che si rivela così ostile da avvelenare l’animo dei suoi fratelli – al peregrinaggio per le regioni d’Europa alla ricerca non della propria patria (termine che la Bruck aborrisce per la rievocazione dei nazionalismi che la parola stessa genera) ma di un posto in cui poter far riposare l’animo. Il difficile percorso di ricostruzione della propria sfera affettiva, così “guastata” dall’orrore visto e vissuto nei campi di concentramento, all’inizio, complice anche il profondo senso di solitudine provato, si identifica con la voglia di volersi aggrappare a qualcuno e di voler essere amata a tutti i costi; ma, successivamente, di fronte al rischio che questo sfoci in una dipendenza affettiva fatta anche di violenze fisiche, evolve in un’emancipazione e in una voglia di ripartire da sé. Infine, di straordinaria delicatezza e poetica sensibilità è la lettera indirizzata a Dio, scritta senza lo scetticismo e il cinismo che ci si aspetterebbe di rinvenire, ma con delle considerazioni crude e con delle domande dirette che paradossalmente lasciano a chi legge un forte sentimento di speranza. Il titolo evoca la scena della madre che, la notte prima della deportazione, non riesce a vedere il pane lievitare e con grida strazianti ne invoca la perdita lungo tutto il viaggio, come se avesse perso ogni cosa, se stessa.