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Il parigino

Il parigino

Ottobre 1914. Il diciannovenne Midhat Kamal viaggia a bordo di una nave che solca il Mediterraneo, facendo rotta verso Marsiglia. Ha lasciato Nablus, in Palestina, per la Francia, carico di sogni e progetti per il futuro. Suo padre, Haj Taher, ricco mercante di tessuti, lo vuole medico e lo manda a studiare medicina a Montpellier. Nel tempo del viaggio Midhat riflette su quanto è diverso l’Occidente per cultura, religione e vita quotidiana. Sono molteplici le luci e le ombre che dovrà affrontare per integrarsi. C’è un altro arabo sulla nave per Marsiglia, si chiama Faruq al-Azmeh e viene da Damasco. È diretto a Parigi per riprendere il suo posto di professore al dipartimento di Lingue della Sorbona. I due chiacchierano amichevolmente della vita parigina e degli studi. Midhat non può far a meno di notare l’abbigliamento di Faruq. Indossa un abito celeste a tre pezzi e una cravatta indaco con una spilla a forma di uccello e un bastone di legno scuro. Eleganza francese, anzi parigina, pensa. Sono passati cinque giorni da quando ha salutato la nonna a Nablus e viaggiato a dorso di mulo fino a Tulkarem, cambiato per Il Cairo e dopo una breve sosta a casa di suo padre si è imbarcato ad Alessandria. In nave il pranzo è all’una, il tè alle quattro, la cena alle sette e mezzo. Midhat, seduto al tavolo da solo, spia gli europei che mangiano con forchetta e coltello. Si sente ansioso e le poche parole scambiate col capitano Gorin non sono sufficienti a rasserenarlo. Ripensa al suo liceo a Costantinopoli modellato sul lycée francese. I libri di testo tutti importati dalla Francia, così come metà degli insegnanti. Midhat e i suoi compagni di classe leggono la poésie épique en Grèce mandando a memoria elenchi di parole e solo al suono della campanella passano, in corridoio, al turco, all’arabo o all’armeno. Finalmente arriva a Montpellier, è ospite di un professore di antropologia, il Docteur Molineu. Grazie a lui conosce e frequenta nuove persone e assaggia la vita francese in tutti i suoi aspetti, compreso l’amore. È Jeannette Molineau, figlia del professore, che suscita in lui una tempesta di sentimenti e contraddizioni…

Isabella Hammad, nata a Londra da famiglia palestinese, con Il parigino, suo romanzo d’esordio, dimostra un grande talento. Viaggiano le persone e anche la storia, lo stile narrativo limpido, supportato dalla potenza delle parole, immerge il lettore nella vita dei tanti personaggi. Per scrivere il libro, la Hammad è tornata in Medio Oriente per incontrare decine di componenti della sua famiglia. Ascoltare, ricercare e ritrovare le sue radici profonde. I racconti di suo padre e di suo nonno ora fanno parte di questo romanzo. La vicenda personale del giovane protagonista palestinese si intreccia con i destini del suo popolo e di una lotta per l’indipendenza combattuta ancora oggi contro troppi nemici. Quando Midhat lascia Montpellier per Parigi, in seguito ad una forte delusione e ad un mancato chiarimento la sua vita cambia di nuovo. Abbandona l’università e gli studi di medicina e si butta a capofitto nella vita parigina. Frequenta i salotti dei suoi connazionali, tra discussioni filosofiche e commenti sulle crescenti tensioni in patria. Conosce molte donne, godendo appieno della libertà che ora ha. La realtà lo richiamerà in Palestina, è a Nablus che per volere di suo padre deve vivere, lavorare e sposarsi. Midhat sarà sempre sospeso tra due mondi, mai integrato da nessuna parte, per i palestinesi è il parigino e per gli europei è il palestinese. Leggendo si ripercorrono gli eventi che hanno segnato la Palestina all’inizio del secolo scorso, seguendo un’affascinante saga familiare, un’intensa storia d’amore e un destino mancato. La pluralità di culture e la corposità del romanzo sono le caratteristiche principali. Si entra mentalmente e culturalmente in due mondi distinti: quello francese del 1915-18, e quello palestinese degli anni successivi. Va detto che non è un romanzo scritto da una prospettiva araba è un libro scritto da un'occidentale per lettori occidentali. Su quanto sia stato impegnativo tradurre Il parigino Giulia Boringhieri ha risposto così: “Trattandosi di un romanzo storico, ogni singolo aspetto di ciascuna cultura andava verificato con i fatti, cosa su cui un traduttore esperto non può mai seguire ciecamente l’autore: è necessaria una verifica continua con i dati storici. Su molti punti, inoltre, non bastava una traduzione “generica” dell’inglese, bisognava capire a che cosa esattamente si riferisse. Per fare un esempio: lo “stool” che fa parte dell’arredamento delle case di Nablus non è un semplice sgabello, ma un pouf. Il traduttore o lo sa per aver visitato il Medio Oriente, o lo controlla su Internet; in realtà, lo controlla comunque! L’importante, come sempre, è porsi il problema. L’abbigliamento palestinese è stato uno dei punti che mi ha dato più filo da torcere. L’autrice, che pure usa liberamente l’arabo, proprio nel caso dell’abbigliamento, per qualche ragione, ha preferito usare parole generiche come “coat”, “cloak”, “shawl”, eccetera, lasciando alla povera traduttrice capire se si trattasse di giacche o cappotti, di mantelle o mantelli, di scialli o veli, di fazzoletti o kefiah, di abbigliamento tradizionale o occidentale, eccetera. Anche per quanto riguarda la parte ambientata a Montpellier, non era tutto scontato, malgrado la maggior vicinanza culturale. In particolare, nei dialoghi tra i francesi e Midhat, bisognava cogliere, e quindi rendere, i pregiudizi dei primi e le insicurezze del secondo. Malgrado la giovane età, l’A. è bravissima a mantenere lo stesso stile e la stessa voce dall’inizio alla fine. Il libro è omogeneo, è un continuum, senza sbalzi bruschi. Il mio compito era di mantenere tale omogeneità, tale fluidità. Ma questa, in realtà, è un’esigenza di ogni (mia) traduzione, e se vogliamo anche un po’ la caratteristica del mio stile di traduzione. Mi dico e ripeto le frasi nella testa finché non raggiungo quella che mi pare una piena scorrevolezza. Non mollo. In ogni caso, Il parigino è un romanzo storico in cui la priorità è il racconto, la trama: lo stile è piano e scorrevole, e tanto basta. Bisognava non perdere l’ironia, naturalmente, e capire dove la cultura araba intervenisse soprattutto nei dialoghi in maniera massiccia, per non uniformare dove bisognava e non perdere le sfumature”.