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Il patto dell’acqua

Il patto dell’acqua

Travancore, India meridionale, 1900. È una ragazzina. Ha dodici anni e domani mattina andrà in sposa. Questa notte la trascorre sdraiata sullo stuoino insieme alla madre, che l’ha rassicurata sul fatto che il giorno più triste nella vita di una ragazza è il matrimonio, dopo il quale ogni cosa migliora. In realtà, il suo giorno più triste lei l’ha già vissuto. È quello in cui a suo padre si è immobilizzato il petto e, quando sua madre gli ha messo uno specchio davanti alla bocca, non si è formato alcun velo di condensa. Il respiro dell’uomo che lei tanto ha amato era svanito nell’aria. È suo zio ad aver combinato il suo matrimonio. Suo padre continuava a dirle che aveva una bella testolina e che avrebbe potuto continuare a studiare, ciò che desiderava. Magari sarebbe potuta andare al college. Di certo lui non avrebbe permesso che lei si sposasse troppo presto, come era accaduto a sua madre. Lo zio, invece, è di un’altra idea e ora tutto è deciso e pronto: la attende un marito che ha moltissimi anni più di lei – quaranta – è già stato sposato e ha già avuto un figlio. Lo zio continua a ripeterle che si tratta di un uomo facoltoso. E allora lei non fa che domandarsi perché un uomo di tale tenore sociale dovrebbe sposare una ragazza priva di dote e povera. Forse le stanno nascondendo qualcosa. Quando comincia la grande giornata del matrimonio, lei si strofina gli occhi, raddrizza la schiena e solleva il mento, per affrontare tutto ciò che quel giorno ha in serbo per lei. Teme il distacco, le piange il cuore all’idea di lasciare quella casa, pur se non la sente più sua. Suo padre, in una circostanza simile, le avrebbe detto di stare tranquilla e di avere fede. La fede, le avrebbe ricordato, è sapere che c’è sempre uno schema dietro ogni cosa, anche se non lo vediamo. Il viaggio fino al luogo delle nozze dura quasi mezza giornata. Il barcaiolo li conduce lungo un intrico di canali e solo alla fine, in lontananza, un crocefisso di pietra si erge a guardia di una piccola chiesa...

Monsoni, pestilenze, guerre, carestie. Un secolo di evoluzioni, involuzioni e cambiamenti in una terra in cui l’acqua è elemento che nutre e plasma ogni lembo di terra e in un nucleo familiare in cui gentilezza, delicatezza e amore possono diventare scudo potente contro ogni forma di brutalità. Oltre settecento pagine di storia familiare che attira e coinvolge il lettore, lo proietta in una realtà, quella indiana, in profonda trasformazione, sia dal punto di vista culturale che politico, e gli mostra lo spessore e il valore di un popolo straordinariamente potente, tanto legato alla natura quanto capace di abbracciare la modernità. Abraham Verghese propone la storia di tre generazioni di una famiglia indiana, di fede cristiana, accomunate da una maledizione che grava su di esse come una spada di Damocle: la morte per annegamento. Ecco, quindi, che l’acqua diventa – già dal titolo – elemento di coesione delle varie parti di cui la storia si compone. Elemento di forza del romanzo è la caratterizzazione di alcuni dei personaggi presenti: la Grande Ammachi, la sposa bambina con cui la vicenda ha inizio, Philipose, il suo figlio maschio, ed Elsie, la nuora, sono figure che bucano la pagina e mostrano al lettore il profondo rapporto di ciascuna di esse con il proprio corpo, le proprie cicatrici e la propria fede. Meno incisiva, invece, risulta la caratterizzazione di tutta una serie di altri personaggi, non altrettanto forti. La sensazione è, quindi, che l’intera storia non perderebbe di alcuna efficacia se alcune parti – quelle che non riguardano il percorso della famiglia della Grande Ammachi – non fossero presenti. I personaggi più forti della narrazione contribuiscono molto bene, da soli, ad affrontare quelli che risultano essere i temi fondamentali della storia: la fede, il senso del dovere, l’amore e la contrapposizione tra attaccamento alle tradizioni ed esigenza di modernità.