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Il peccato originale

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Ricapitoliamo: per avere il riconoscimento dell’invalidità civile serve compilare un modulo per ottenere l’appuntamento di accertamento a cura dell’Asl di competenza, cosa che - tra la risposta e la data effettiva di colloquio - richiede qualche mese. Quindi, si verrà vagliati da specialisti che, dopo alcune domande di rito, assegneranno una percentuale di invalidità: con il sessantasei per cento si ottiene l’esenzione dai ticket sanitari, con il settantaquattro l’assegno di assistenza. L’Asl avvisa l’Inps che a sua volta avvisa il richiedente: in maniera pressoché immediata, se la percentuale è bassa e non dà diritto alcuno; entro comodi sessanta giorni se la percentuale attribuita dà alcuni benefici - assegno ed esenzioni, appunto. Se non si è d’accordo, se la situazione clinica peggiora, se subentrano altre complicanze nel mentre, ecco che l’iter si complica per ulteriori accertamenti da parte delle Commissioni. Tutto questo, lui lo sa. E con uno spirito stoico, abituato a simili lungaggini ma ben determinato ad ottenere l’agognato settantaquattro percento di invalidità, si reca dal suo medico di base, non tanto per il consueto certificato di sana e robusta costituzione ma per ottenere i documenti che accertino la sua salute precaria. E comincia un tour tra uffici, sale d’attesa con documentazioni alla mano, medici e certificati, fino a che non incontra uno psichiatra che gli promette di aiutarlo, ma ad un solo patto: che scriva, scriva e scriva; che annoti ogni giorno del suo Male, altrimenti, afferma lo psichiatra, il Male tornerà sempre...

Sembra un romanzo facile, quasi divertente all’inizio. E poi, improvvise ed inaspettate, arrivano pagine difficili da leggere, che non si vorrebbe leggere. Perché quando certe dinamiche sociali e familiari sono descritte in questo modo, così semplice e senza troppi giri di parole, facendo intendere che per un bambino sono state la normalità, il suo vissuto quotidiano… ecco, si vorrebbe chiudere il libro e non pensarci proprio. Pure se una certa ironia e leggerezza non mancano, alcune frasi buttate lì, quasi senza dar loro troppo peso, perfino certi spazi tra un capitolo e l’altro, come una sorta di silenzio, di pausa, arrivano prepotentemente a far comprendere e ricordare come non sia tutto scontato: essere “gente comune e sana” non è un dato di fatto; è un destino, forse, una opportunità, magari una fortuna. E trovare uno sfogo, una possibilità di salvezza -in questo caso la scrittura- è un compito e un obbligo per restare in vita, per creare “una bolla silenziosa”, per “appartenere ad un altro mondo”. È un romanzo, questo, sul perdono e sull’accettazione di sé e del proprio vissuto, pur se orribile. Se alcuni eventi del passato non possono essere cambiati, forse si può trovare un modo per vivere diversamente il presente, per far sì che i momenti di oggi diventino finalmente dei bei ricordi del futuro. E, forse, si può comprendere che qualcosa di bello si salva sempre, che ci si deve aggrappare al bene che c’è in ognuno di noi, che possiamo sempre risplendere, non lasciarci oscurare. Un romanzo sincero, commovente.

LEGGI L’INTERVISTA A MASSIMILIANO PALMESE