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Il pennino

Il pennino

Per una donna che ha amato un uomo il cui impiego era nel settore ferroviario le stazioni non sono certamente un luogo come un altro, e la giovane insegnante Cecilia difatti si sente particolarmente turbata quando il convoglio sul quale è a bordo si trova a passare da Finnsta. Tuttavia la sua attenzione è ben presto catalizzata da una donna che sta lasciando la località, e che viene accompagnata al treno da uno stuolo di persone che la acclamano: a uno sguardo più attento si avvede che si tratta della Dottoressa Henning, che tiene corsi di igiene nella medesima scuola nella quale Cecilia, che non è molto appassionata del mondo che la circonda, e ha scoperto solo da poco, nonostante sia avvenuta cinque anni prima, tanto per dirne una, della separazione fra Norvegia e Svezia, è docente di lingue. Quando la accoglie nel vagone, Cecilia commenta la popolarità a Finnsta di Henning, che però sostiene che sia dovuta a un solo fattore: le sue idee, la lotta per il voto alle donne. Iniziano così un dialogo e un’arringa appassionata, che poi coinvolgerà anche il marito e il figlio della donna: in tutto questo, però, Pennino non si trova. Non è con tutti i pensionanti nella casa dove vive, ed è ora di pranzo. Avrà fatto tardi, si dicono, correndo appresso a qualche notizia di chissà che crimine: e infatti…

Protofemminista contraria all’industrializzazione selvaggia e al progresso a tutti i costi, animatrice e ideatrice con politiche, pedagogiste e ginecologhe della Scuola di Fogelstad che istruisce corsi di formazione per le nuove cittadine svedesi, pioniera vicina ai quaccheri, ecologista, pacifista, suffragista, vissuta a cavallo fra diciannovesimo e ventesimo secolo, nativa di Lund, nell’estremo sud della Svezia, nella regione della Scania, intellettuale orfana di madre a pochi anni di vita e figlia di un docente di filosofia e rettore che le nega l’accesso all’università, classe 1882, scrittrice di racconti, saggista, romanziera, giornalista, moglie poi divorziata e madre adottiva del nipote del marito, Vanni, con cui poi va in Italia, ideatrice e animatrice della raffinata esegeta della condizione della donna all’avanguardia rispetto ai tempi (e stiamo comunque parlando di un paese dove socialdemocrazia, diritti civili e stato sociale sono tradizionalmente sviluppati in modo notevole), membro dell’Accademia Svedese e fondatrice di un’associazione che altro non è che addirittura una sezione del movimento internazionale Save the children, Elin Wägner, ancora troppo poco nota e poco tradotta in Italia, esordisce con Ragazze di città nel mondo del romanzo. Il Pennino, la cosiddetta Bibbia delle suffragette, prima d’allora solo figure messe alla berlina dalla stampa satirica, è invece del 1910, quando Wägner ha ventisei anni (morirà sessantasettenne a Rösås, non molto più a settentrione di dove sia venuta alla luce) e ha anche una spiccata dote, quella dell’ironia, che si manifesta attraverso una prosa brillante, intelligente, profonda, ricca di livelli di lettura e d’interpretazione, il che fa sì che alla leggerezza e alla piacevolezza si coniughino messaggi profondi, come quello dell’emancipazione. Pennino è infatti il soprannome di una delle protagoniste, la principale, Barbro Magnus, anticonvenzionale, giovane, alta, sottile, indaffarata, attenta osservatrice, battagliera cronista, e attraverso le sue (dis)avventure e non solo, persino amorose, il lettore entra in contatto con una riuscitissima, variopinta e sfaccettata commedia umana, dotata di buon ritmo e personalità, un romanzo sulla sorellanza che soprassiede a differenze d’età, ceto, censo e istruzione, un classico in cui emerge l’impegnativa figura della cosiddetta Donna Colta Autosufficiente.