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Il peso del coraggio

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Quel gran pezzo di merda di Emanuele Fontana ce l’ha fatta. L’accusa è pesante. Pedofilia. Eppure, l’aiuto primario del reparto di oncologia dell’ospedale Sandro Pertini se l’è scampata: assolto per insufficienza di prove. L’avvocato Alessandro Gordiani stavolta non è riuscito a rendere giustizia alla famiglia Loria: Giancarlo (anch’egli medico) ed Emilia, i genitori; e il piccolo Diego di soli dodici anni, la vittima. In tribunale non hanno creduto al ragazzino. Troppe contraddizioni, troppe incertezze nella sua deposizione. Persino l’accurata visita medica alla quale Diego è stato sottoposto, effettuata con tutte le precauzioni e le delicatezze del caso, non ha riportato risultati univoci: la particolare fisiologia della zona esaminata, e il tempo trascorso dagli abusi, non hanno infatti dato la certezza che il piccolo avesse subito penetrazione. E poi quell’infame dell’avvocato difensore, tale Piergiorgio Sima, ha cavalcato l’onda della menzogna, del presunto rancore che il ragazzino avrebbe provato per Fontana, suo allenatore di calcio, che lo aveva escluso dalla formazione titolare lasciandolo in panchina per tutta la durata del campionato. Diego è stato umiliato. Si sarebbe inventato tutto per vendicarsi. Ma non si è inventato niente, non può essere. Diego improvvisamente era cambiato, i suoi genitori lo avevano notato. Cupo, nervoso, ricorreva spesso al turpiloquio, cosa non da lui. E aveva cominciato a bagnare il letto, manco avesse ancora due anni. La confessione del figlio aveva inorridito i Loria, che impotenti avevano ascoltato Diego raccontare dell’adescamento negli spogliatoi. Della masturbazione reciproca, del sesso orale. E infine, dell’atto finale, consumato tra le urla di dolore e i pianti ignorati del ragazzino, nell’attico elegante del mostro, in zona Corso Trieste. Diego ha giurato che Fontana ha persino ripreso gli abusi con la telecamera. Da qualche parte ci sono dei filmati schifosi che potrebbero incastrarlo; peccato che nessuno, durante la perquisizione dell’appartamento, abbia trovato niente. I Loria sono una famiglia distrutta. La credibilità di Diego è compromessa per sempre. Come si fa ad andare avanti con questo peso? Vedere un figlio “morire” lentamente, giorno dopo giorno? Qualcuno deve incaricarsi di fare giustizia, Emanuele Fontana non può e non deve passarla liscia…

Possono, una società e un ordinamento moderni e civili, accettare che un libero cittadino si faccia giustizia da solo? Oggettivamente verrebbe da rispondere di no: che macello sarebbe se ad ognuno di noi fosse concessa la libertà di infliggere punizioni a piacere? Tuttavia, in passato, la giustizia privata era consentita in alcuni contesti sociali, ad esempio in alcune zone della Sardegna nelle quali vigeva il famoso, ormai desueto, “codice barbaricino”, sistema studiato a livello scientifico dal giurista Antonio Pigliaru (e argomento tra l’altro già affrontato da Michele Navarra nel precedente Solo Dio è innocente). Se invece consideriamo la domanda da un punto di vista umano, allora è un altro paio di maniche: soprattutto se ci si trova di fronte al padre di un bambino abusato, esasperato dal fatto che lo stupratore del figlio sia uscito indenne e pulito da un processo che lo vedeva imputato, ancora in grado di fare del male ad altri innocenti. Nessuno si straccia le vesti, in questo caso, nel sapere che Emanuele Fontana si è beccato una pallottola mortale. E Giancarlo Loria, il potenziale assassino, ha tutta la nostra - se non proprio accettazione - umana comprensione. La vittima diventa carnefice, e c'è un mostro in meno nel mondo, uno che ha avuto solo ciò che si meritava: la giustizia però deve fare il suo corso perché il fine, questa volta, non giustifica i mezzi. L’arma del delitto non si trova. La versione di Loria, improntata alla legittima difesa, non convince nessuno, nemmeno Alessandro Gordiani, che nonostante il fallimento nel processo a Fontana, si trova ora di nuovo in aula, stavolta a difendere il “carnefice del carnefice” con alte, altissime probabilità di fallire ancora. E per la prima volta, il buon avvocato che cerca sempre, disperatamente di fare la cosa giusta, si troverà a dover barare; per una giusta causa, sia chiaro (modalità e circostanze le lasciamo scoprire a chi legge), ma sarà sempre una macchia che non verrà lavata via facilmente da una coscienza così complessa e tormentata come la sua. Una coscienza e un anima con le quali il lettore, a differenza delle volte precedenti, avrà un filo diretto, essendo qui Gordiani l’Io narrante della sua ennesima avventura giudiziaria. Nel suo ottavo romanzo, il penalista romano con alle spalle ormai trent’anni di carriera, affronta un tema scottante con la sua solita chiarezza, e il rigore di chi conosce il proprio mestiere (pur ammettendo di non avere mai affrontato nello specifico un caso di pedofilia); non indora la pillola quando parla di abusi, e in più di un’occasione, nello scorrere le pagine, lo stomaco si aggroviglia (tanto più che il lettore, al contrario del giudice, sa perfettamente che Fontana è davvero uno stupratore). Il romanzo comincia con un processo e una sentenza, e questa è una novità rispetto ai precedenti; come è una novità questa piccola ma significativa deviazione dal noir al legal, avendo tutta la fase processuale un ruolo di primo piano nella storia. Un esperimento “à la Grisham” quasi totalmente riuscito (in alcune parti i tecnicismi rischiano di diventare pesanti; bella ed emozionante invece l’arringa finale di Gordiani che tenta di fare assolvere Loria); ma oltre che nella forma, chissà se lo scrittore statunitense ha in qualche modo ispirato il nostro Navarra anche nella sostanza: Il peso del coraggio ricorda infatti il libro d’esordio di John Grisham, Il momento di uccidere (1989), nel quale un uomo di colore del Mississippi viene processato per avere ammazzato a sangue freddo gli stupratori (bianchi) della propria bambina. Tempi e modalità differenti certo, come differente è il contesto sociale e l’ordinamento giuridico nel quale i personaggi si muovono. Quello che non cambia però è lo sconcerto, la rabbia, il dolore: sempre gli stessi in ogni tempo e in ogni luogo.