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Il peso della polvere

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Alba è sua figlia. Ventisette anni e un corpo che non emette più alcun calore. Sì, perché Alba muore in un pomeriggio d’agosto, quando l’aria calda crea quel pulviscolo che sembra staccarsi dal pavimento e avvinghiarsi alle caviglie; Alba muore in silenzio e Maria, sua madre, si spezza. Il suo più grosso timore è che la figlia sparisca del tutto. L’unica cosa che le resta da fare, quindi, è inventare un nuovo modo per sopravvivere, fatto di ricordi capaci di riempire il vuoto e l’assenza. Il funerale di Alba ha luogo di lunedì. In chiesa Donato – il papà di Alba, il marito di Maria – sussurrando cerca risposte: vuole sapere cosa è accaduto, cosa hanno fatto alla figlia. La sua voce è bassa, ma le sue parole arrivano alle persone sedute nei banchi e anche al prete, che volge lo sguardo in basso. La chiesa è attraversata da un fascio di luce e la polvere, incendiata dal sole, volteggia nell’aria. Lorenzo e Giovanni, due dei figli di Donato e Maria, sono accanto ai genitori. Quando Maria era piccola e viveva nella campagna molisana, prima che Roma l’adottasse, entrava in chiesa a testa china. Viveva nella fede e si teneva lontana da tutto quello che di disdicevole potesse esistere. Era affascinata dalla statua della pietà, la Madonna con il figlio in braccio. Il viso di quella Madonna le sembrava vivo, anche se pallido come quello del Cristo morto che teneva tra le braccia. Ecco, ora la stessa sorte della madre di Cristo tocca a lei, che vede portare fuori dalla chiesa la bara della figlia, caricata a spalla dai tre figli e dal genero. Maria osserva gli addetti spingere la bara nel loculo. Da questo momento la sua bambina alloggerà in un padiglione del cimitero di Prima Porta, alla fine di un labirinto di strade che portano a basse costruzioni di pietra bianca. Roberta e Gabriele, i figli di Alba e Agostino, non sono venuti a salutare la mamma: sono troppo piccoli, hanno quattro e due anni. Agostino prova diverse volte ad avvicinarsi a Maria, ma lei non vuole, e Lorenzo ferma il cognato con un gesto della mano. Avrebbe dovuto rendere felice la moglie, pensa Maria, e conservarne immutato l’aspetto; invece, non è andata così …

Una storia sul dolore raccontata con estrema delicatezza, ma anche con profonda sincerità. Tiziana Clementi – autrice romana che ha ottenuto, con una precedente pubblicazione, una menzione d’onore alla undicesima edizione del premio letterario internazionale Città di cattolica Pegasus Literary Awards – racconta lo strazio di Maria, una madre a cui la vita ha strappato una figlia, a sua volta madre di due bambini piccoli. La morte, che arriva prepotente e invadente in un pomeriggio di agosto, uno di quei giorni in cui tutto pare immobile ad eccezione dei granelli di polvere che volteggiano nell’aria ferma e si posano poi su ogni cosa, spinge Maria a rifugiarsi nei ricordi, quelli di Alba, la figlia, e quelli del proprio passato, iniziato tra le contrade di un paesaggio molisano dove, di nuovo, tutto pare sospeso e fluttuante esattamente come la polvere. Ed è proprio la polvere – lieve e invisibile, è vero, ma capace di nascondere l’essenziale – a dover essere soffiata via per portare alla luce tutto ciò che fa parte del passato, compresi i dettagli a cui non è stata data la giusta attenzione. I ricordi, gli istanti di vita vissuta, le memorie, le istantanee di un passato prossimo o remoto diventano quindi ancore a cui Maria può attaccarsi, per essere certa di avere un appiglio quando l’assenza si fa vuoto assoluto e il terreno sotto i piedi altro non è che una fanghiglia scivolosa. Maria deve liberarsi dal peso della polvere per perdonare la vita che l’ha punita con la morte della figlia, per perdonare Alba stessa, che l’ha lasciata sola, e per perdonare sé stessa, le proprie debolezze e le proprie fragilità. Una lettura intensa che racconta una delle perdite più dolorose che si possa essere chiamati ad affrontare; una prosa asciutta capace di commuovere; il racconto di un’esistenza in cui si intrecciano con tenacia disperazione e speranza.