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Il pestifero e contagioso morbo

Il pestifero e contagioso morbo. Combattere la peste nell'Italia del Seicento

Quando – tra XIV e XVII secolo – l’Europa e l’Italia furono colpite ripetutamente da mostruose epidemie di peste, la percezione di questa patologia era fortemente carente e viziata da dogmatismi insensati, che non avevano nulla a che vedere con l’osservazione dei fenomeni. La convinzione più diffusa era che la peste fosse causata da “atomi velenosi” che infettavano l’aria rendendola “miasmatica”, cioè velenosa. Questi presunti “atomi velenosi” tendevano ad attaccarsi agli oggetti, ai vestiti, agli animali e se passavano attraverso la pelle, la bocca o il naso avvelenavano le persone. Per evitare il contagio i medici che visitavano i malati di peste cominciarono a indossare una divisa che divenne ben presto sinistramente famosa: una maschera a becco ripiena di aromi “disinfettanti”, degli occhiali, un cappello e “una palandrana di toile-cirée, vale a dire di una sottile tela di lino rivestita di una pasta fatta di cera mescolata a sostanze aromatiche”. L’idea era che gli “atomi velenosi” così non sarebbero potuti passare attraverso i vestiti dei medici contagiandoli: “dal momento che il suo impiego sembrava funzionare e rispondere allo scopo, i medici del tempo trovarono in ciò una conferma alle loro teorie sul contagio e sul ruolo dei miasmi”. Il frate Antero Maria di San Bonaventura, incaricato nel 1657 di coordinare il principale lazzaretto di Genova, non aveva alcuna fiducia in questi strumenti di protezione dalla peste e scrisse: “la tonica incerata in un lazzaretto non hà altro buon effetto, solo che le pulici non sì facilmente vi s’annidano”. Voleva essere la sua solo una battuta sprezzante, ma in realtà il frate non sapendolo aveva colto il punto, era a un passo da una scoperta straordinaria che avrebbe determinato la svolta nella lotta alla peste, una scoperta che però non venne fatta perché il sistema consolidato di conoscenze scientifiche dell’epoca non rendeva possibile ipotizzare (com’era invece in realtà) che proprio le pulci fossero il vettore delle epidemie di peste. “Se il paradigma dominante è del tutto estraneo alla realtà sotto esame, è possibile che il ricecatore non si accorga nemmeno di quel che gli passa sotto gli occhi”…

Costituito da tre capitoli corrispondenti ad altrettante “Curti Lectures” tenute dall’illustre storico ed economista Carlo M. Cipolla all’University of Wisconsin-Madison nel settembre del 1978, Fighting the Plague in Seventeenth-Century Italy fu pubblicato nel 1981 negli Stati Uniti e non era finora mai stato tradotto in italiano tranne che per il capitolo sulla peste a Pistoia, uscito sul “Bollettino Storico Pistoiese” nel 1982. Oggetto dei tre speech – seppure da differenti punti di vista – è la reazione sviluppata negli anni dai diversi Stati dell’Italia dal Trecento al Seicento per contrastare le ricorrenti ondate epidemiche di peste, la “battaglia disperata che un manipolo di uomini abnegati combatterono in condizioni impossibili contro un nemico temutissimo e invisibile”. La spaventosa epidemia del 1348 infatti spinse le autorità a creare i primi rudimenti di sistemi sanitari pubblici, che via via presero a occuparsi di gestione dei decessi e delle sepolture, igiene e conservazione dei cibi in commercio, fogne, prostituzione, ospedali fino a divenire la complessa entità pubblica che oggi conosciamo, ma nacquero proprio per il controllo dei focolai di peste e per secoli ebbero quello come principale obiettivo. Sotto la pressione del morbo letale causato dall’infezione del batterio Yersinia pestis tra Venezia, Milano, Genova e Firenze si sviluppò quindi l’organizzazione sanitaria pubblica di gran lunga più avanzata d’Europa, malgrado le conoscenze mediche fossero rudimentali e del tutto inadeguate, anzi forse proprio per questo: ignorando del tutto la natura dell’agente patogeno e le modalità di contagio, l’unica strategia possibile era la prevenzione, la più generica possibile. È chiaro: “lavorare nel buio porta a fare errori, a dissipare risorse e ad accusare innocenti. Alcune delle misure adottate erano persino controproducenti, altre erano inutilmente severe”. Ma comunque l’osservazione e l’esperienza furono decisive per l’evoluzione delle conoscenze mediche e delle pratiche di sanità pubblica, accelerando bruscamente il progresso in questo ambito.