Salta al contenuto principale

Il piacere della lettura

Il piacere della lettura

Quali sono i ricordi più dolci dell’infanzia se non quelli trascorsi in compagnia di un libro? Come i momenti rubati alle vacanze in campagna per rifugiarsi in una radura ombrosa lontano da ogni distrazione, anche dall’invito a giocare di un amico al baluginio di un raggio di sole. Oppure, le ore sottratte a interminabili pranzi di famiglia per sgattaiolare nella propria stanza, santuario silenzioso in cui finalmente dedicarsi alla lettura. Infine, le notti trascorse insonni per divorare gli ultimi capitoli alla luce di un lume, di nascosto dai genitori. John Ruskin nella sua raccolta di conferenze Sesamo e Gigli sostiene che la lettura è paragonabile a una conversazione con gli uomini più saggi del passato, migliori di quelli che potremmo incontrare nella nostra vita, e riveste un ruolo cardine nella vita spirituale dell’individuo. Eppure, “l’atto psicologico originale chiamato lettura” riportato alla mente dai ricordi dell’infanzia consiste in un modo di comunicare molto diverso dalla conversazione. Si tratta, piuttosto, di un “venire a conoscenza del pensiero di un altro senza smettere di essere soli, vale a dire continuando a godere del vigore intellettuale che si ha in solitudine”. Nonostante la lettura sia una forma di comunicazione estremamente feconda, la sua vera utilità è molto diversa da quella assegnatale da Ruskin...

Nel 1905 Marcel Proust traduce Sesamo e Gigli e vi aggiunge un’introduzione di sessanta pagine che verrà poi pubblicata singolarmente con il titolo Il piacere della lettura. Contrariamente ai dettami del galateo letterario, Proust smonta sistematicamente la teoria esposta da Ruskin, argomentando con grande acume e sensibilità che il ruolo della lettura va ridimensionato. Quasi un colpo di scena, se consideriamo che Proust è uno dei più grandi scrittori nel Novecento e di certo un vorace lettore: le sue parole distillano le sensazioni che si provano durante l’intima, solitaria esperienza della lettura. In Proust, però, è assente qualsiasi forma di bovarismo: i libri non contengono verità assolute e i loro autori, per quanto saggi, non si collocano gerarchicamente sopra i lettori. Se da bambini eravamo convinti che i nostri libri prediletti racchiudessero “l’universo e il destino”, in realtà essi sono solo proiezioni di un’esperienza soggettiva dell’autore. Come avrebbe affermato Alfred Korzybski qualche decennio dopo Proust, “la mappa non è il territorio”: la rappresentazione di un oggetto, seppur dettagliata, differirà sempre dall’originale. Il lettore, a questo punto, ha due possibilità: leggere per leggere, mandando a memoria le incontestabili nozioni contenute nei libri, oppure leggere per interpretare, utilizzando i libri come strumenti per formarsi la propria idea del mondo. Nel primo caso si tratta di un’attività passiva che non richiede il minimo sforzo, nel secondo, invece, diventa un atto creativo, fecondo di significato. Con uno stile forbito frutto di sconfinate letture, Proust ci invita a mettere da parte la venerazione autoriale per considerare i libri come il punto di partenza di un lavoro personale e interiore, faticoso ma fondamentale per una vita soddisfacente.