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Il piano inclinato

Il piano inclinato

Madrid, primi anni del Novecento. Isabel e Águeda lavorano nel Bazar di don Prudencio. Le lega una profonda amicizia e lo stesso destino di povertà perché, come tutte le donne spagnole che lavorano, sono sottopagate, hanno a mala pena di che vivere. Le differenzia solo la loro estrazione sociale: Isabel proviene dalla borghesia, ma alla morte del padre lei e la madre hanno sperperato tutta l’eredità, finendo in rovina; Águeda, al contrario, ha sempre vissuto con pochissimi mezzi. Ad ogni pausa pranzo si ritrovano a mangiare, a prezzo fisso, al ristorante Babilonia. Tutti gli avventori appartengono alla classe media, “desiderosa di ostentare una posizione sociale che non possedeva e che si sforzava di vestirsi e di presentarsi in società con un lusso maggiore di quello che poteva permettersi”: impiegati dal basso salario, commessi, studenti. Le donne sono in netta minoranza, condizionate da “quella specie di timore che le tiene recluse in casa”; le poche presenti sono sempre oggetto di occhiate e frasi volgari, come se il loro unico valore fosse essere oggetto di attenzioni e di propositi lussuriosi. Anche prendere il tram diventa un enorme disagio, non solo per le avances dei viaggiatori ma anche perché “persino i bigliettai cercavano il modo di sfiorare le loro mani, di toccar loro le braccia e talvolta anche di strusciarsi contro le loro gambe con la scusa di lasciar passare un viaggiatore”. Inoltre, in una società che giudica dall’apparenza, quando si ritrovano nelle zone più centrali provano “quell’angoscia di dover nascondere la propria povertà” soprattutto nelle giornate soleggiate che mettono in risalto la cattiva qualità degli abiti, quasi sempre sgualciti, e i difetti del viso. In tutto questo solo due uomini appaiono diversi dalla massa: Joaquin, detto il “Rivoluzionario”, vicino di casa di Isabel, che invano cerca di smuovere le loro coscienze e renderle edotte circa la cecità nell’accettare la loro situazione, arrendendosi alla sottomissione, e Fernando, gentile e rispettoso, di cui Isabel si innamora. Ma davvero Fernando è la pecora bianca del gregge nero?...

Carmen de Burgos (1867 – 1932) è stata una giornalista, scrittrice e attivista spagnola. Inizia a firmarsi “Colombine” sotto ai primi articoli pubblicati su un quotidiano madrileno, nella sua rubrica fissa “Femeninas” dove, dopo aver affrontato temi banali come bellezza, moda, economia domestica, scrive di temi più sociali e politici. Con il saggio del 1927 La mujer moderna y sus derechos (di cui esiste una traduzione italiana edita dalla Pisa University Press) si afferma come una delle pioniere della lotta femminista spagnola e europea. Il piano inclinato esce nel 1917 ed è considerato l’apice della sua narrativa sul tema della condizione e dei diritti delle donne. Allora, il bel Fernando è l’uomo dei sogni? No. Al contrario, contribuirà allo scivolio di Isabel fino a raggiungere il fondo del” piano inclinato”. Nella preziosa prefazione, Antonella Gallo (alla quale va un plauso anche per l’ottima traduzione e le illuminanti note) identifica il piano inclinato come il sistema patriarcale. E Isabel, lungo tutto il romanzo ne incarna perfettamente la vittima. Nella Spagna pre-franchista le donne sono in balìa del feudo maschile e maschilista. Quello che noi oggi chiamiamo catcalling è solo la punta di un iceberg ben più sottacqua: sottopagate, trattate come se fossero esposte sul banco di un mercato, schernite anche dalle donne stesse per invidia se giovane, carina, se nuova del lavoro. Il ritratto che spunta da questo romanzo è quello di donne ingenue, che si lasciano abbindolare, che non sono mai vincenti. Questa eco del Naturalismo non riguarda solo Isabel, ma la maggioranza delle donne che incontra, incapaci di alzare la voce, di svincolarsi. Anche quando il personaggio di Joaquin, sotto cui mi pare si possa facilmente nascondere l’autrice stessa, insiste sulla necessità di una presa di coscienza della loro situazione, sia Isabel sia Águeda, non afferrano l’esortazione e tantomeno ne comprendono il significato. Ciò che sconvolge nella lettura, assai scorrevole (le molte sequenze descrittive e le poche sequenze dialogiche dirette non appesantiscono il proseguimento), è che se sovrapponiamo il quadro della situazione femminile di quel periodo a quella attuale, ebbene l’incastro non risulta totalmente sfasato: a parità di professione e di posizione gli stipendi delle donne sono equiparabili a quelli maschili? Possiamo camminare per strada senza strombazzamenti di clacson, apprezzamenti anche volgari? Tutte e ripeto tutte siamo libere di fare, di dire, di lasciare, di vestirci come ci pare? Esiste solidarietà femminile se persino dall’alto vengono messi in dubbio diritti conquistati dopo anni di lotte? Non credo di dover rispondere.