“Perché sono diversa da tutti? Perché nessuno è come me?”. A questo sta pensando Bluetta mentre varca la soglia di una chiesa diroccata e ricoperta di edera nella campagna scozzese. Si è da poco trasferita con suo padre in un piccolo villaggio, mille anime o poco più, lontano dalla più impersonale Edimburgo. Abitano in una grande villa ma a Bluetta poco importa, il padre è sempre al lavoro ed è costretta a passare gran parte del tempo da sola. Per questo spesso finisce a vagare nei dintorni invasi dalla natura, e sogna di perdersi in mezzo ai rovi ingarbugliati, al canto degli uccelli, alle pozzanghere create dalla pioggia. Una delle sue avventure l’ha portata a scoprire quella grande chiesa abbandonata, abitata da corvi, ragni e ortiche. ”Quanto deve durare questa cosa che ho dentro? Quand’è che se ne va?” pensa, illuminata dalla luce colorata che filtra dal rosone dietro l’altare. Il dolore non mentiva, era sincero. Le ricordava che sua madre non c’era più, che erano lei e suo padre, soli, ad abitare quella grande villa. Per questo ha bisogno di uscire da quella casa e quel luogo abbandonato e in rovina rappresenta una nuova avventura per lei. Racchiude tesori nascosti e misteriosi, tra cui un vecchio libro rovinato, scritto in versi sciolti, lunghissimo. Qualcuno doveva averlo amato e studiato in passato, dato che molti erano i passaggi sottolineati. Ne sfoglia ogni sera qualche pagina indicando l’ultimo brano letto con una piuma di corvo. Ne è ormai sicura, qualcuno lo sta leggendo insieme a lei e sposta il segnalibro di stoffa del vecchio tomo rincorrendo la sua piuma. Un’altra stranezza le fa dubitare di essere sola in quella chiesa: una melodia lontana si leva al calar del sole, sembra quasi il suono di un violino. Che ci sia qualcun altro nascosto tra le pareti di quel mondo magico e dimenticato?

Nicola Pesce, tra i più giovani fondatori di una casa editrice, nel 2002 crea con 300 euro Edizioni NPE. Messo a frutto il suo spirito imprenditoriale, Nicola ha da tempo deciso di intraprende anche la carriera del romanziere, più affine al suo ideale di vita ritirata e alla sua quotidianità, fatta di piccoli gesti e piaceri, come tagliare la legna nella sua abitazione nel bosco. Autore poliedrico, spazia tra saggistica, narrativa fantasy e poesia, ne Il piccolo principe delle tenebre conferma di saper padroneggiare lo stile fiabesco già apprezzato da critica e lettori in La volpe che amava i libri, adatto a giovani lettori ma capace di portare con sé un sottotesto filosofico e intriso di introspezione psicologica, accattivante per i lettori adulti. Pesce ha uno stile riconoscibile: frasi brevi, immagini evocative, dialoghi essenziali, una letteratura dell’anima fatta per raccontare l’invisibile e l’indicibile. In questo piccolo libriccino, indaga aspetti notturni e più cupi dell’animo umano, forte del suo stile poetico che qui trova campo fecondo per una narrazione onirica e fortemente introspettiva, in cui il dolore non è mai gridato ma sussurrato con grazia. È una storia che parla di solitudine, di ascolto e di quel filo invisibile che ci lega agli altri, anche quando sembriamo lontani, fisicamente o emotivamente, come capita alla giovane protagonista e a suo padre. Bluetta e il millenario principe delle tenebre, il bambino “Vampiro”, vivono una vicenda quasi sospesa nel tempo, trascinati in una narrazione che si rifiuta di seguire i canoni di un classico romanzo. Abitano una dimensione “altra”, lontana dal mondo degli adulti, del lavoro, della scuola, del cemento dei palazzi. Proprio come sua madre, persa nel suo spazio fatto di libri, profumo di torte e erba appena tagliata. Niente inizio, svolgimento logico e fine. Tanti frammenti, pensieri distratti, voli della mente. Un intento che traspare anche dalla scelta di stravolgere la stereotipata immagine positiva e luminosa del piccolo principe di Saint-Exupéry, e di farne una controparte gotico-dark, in perfetta sintonia con le fragilità di Bluetta e capace di indagarne innocentemente le radici. “Il mio lavoro di scrittore consiste nello stupirmi di tutto, il mio compito è quello di far vedere per la prima volta alle persone che sono difficili da stupire, le cose che hanno visto mille di volte”, dichiara l’autore in un’intervista per radio MPA. Intento che l’autore ribadisce e porta a compimento in questa sua ennesima neo-fiaba dall’immancabile vocazione introspettiva.