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Il pioniere

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Belgrado, 1989. La maestra, che si chiama Ružica - lo stesso nome di un fiore - non fa altro che ripetere ai suoi alunni che il loro Paese è il più forte della penisola balcanica e che quindi chi vive in Jugoslavia è più importante degli altri. Boško, come il resto della classe, prende per oro colato ogni parola dell’insegnante, anche se ogni tanto la maestra ha modi bruschi, si arrabbia davvero con qualcuno degli studenti e lo punisce. Per esempio, è capitato che Ana, amica di Boško, non sia stata in grado di indicare sulla mappa geografica i confini della Jugoslavia e abbia dimenticato di includervi alcune repubbliche, come la Slovenia e la Macedonia. Allora la maestra si è infuriata e ha fatto sbattere la testa di Ana contro la lavagna appesa al muro, subito sotto il quadro del Presidente. Il Presidente incorniciato altri non è che Josip Broz Tito, che in realtà è già morto da anni, ma l’insegnante continua ad emozionarsi ogni volta che si parla di lui e, soprattutto, si arrabbia davvero moltissimo e si sente ferita se qualcuno degli scolari non sa rispondere perfettamente a domande riguardanti Tito. Anche un vicino di casa di Boško, un uomo di circa ottant’anni che trascorre gran parte delle sue giornate da solo e si chiama Mika, è famoso per la sua fedeltà al Presidente. In casa sua, al centro del soggiorno, c’è una statua di bronzo che raffigura Tito - anche tutte le altre cose in casa, come libri e quadri, sono in qualche modo legate al Presidente - e Mika non perde occasione per accarezzarla e lucidarla con uno straccio che tiene sempre in mano. Per diventare un buon compagno di Tito occorre seguire alcune regole: a sette anni si diventa pioniere, a quattordici pioniere grande e membro della gioventù socialista, a diciotto membro del Partito Comunista. Per ufficializzare ciascuno dei ruoli si svolge una cerimonia, durante la quale si giura fedeltà al Presidente. E Boško è molto eccitato, perché anche il suo momento sta per arrivare e tra poco diventerà un pioniere…

In un Paese in cui tutto appare allo sbando, in una realtà in cui ogni cosa sembra irrimediabilmente perduta, un singolo individuo non può certo pensare di fare la differenza- non ha alcuno strumento per cancellare le brutture del passato né per prevedere cosa nasconda il futuro- ma può cercare di modificare il corso del presente, inseguendo un riscatto possibile e, soprattutto, evitando ogni forma di vittimismo e rifiutandosi di arrendersi. Ecco la forza di Boško, il giovane protagonista del romanzo di Tatjana Đorđević Simić - corrispondente dall'Italia per vari media della Serbia; la Đorđević Simić vive in Italia dal 2006 e da allora ha collaborato con molte riviste di geopolitica italiane e internazionali; attualmente scrive per Al Jazeera Balkans e per la versione in serbo della BBC; è membro dell'International Federation of Journalist e dal marzo 2020 è il Consigliere Delegato dell'Associazione Stampa Estera Milano - un ragazzo la cui infanzia si snoda lungo le strade di una nazione, la ex Jugoslavia, insanguinata da una guerra di cui inizialmente fatica a rendersi conto, ma della quale raggiunge la piena consapevolezza quando cominciano i primi bombardamenti, che lo costringono a modificare le proprie abitudini di vita. Cresciuto nel mito del presidente Tito - crude e bellissime sono le pagine del romanzo in cui si racconta dell’insegnante che sfrutta ogni occasione possibile per esaltare la figura del defunto presidente della Jugoslavia, dipingendolo come un eroe assoluto - Boško affianca il suo processo di crescita alla raggiunta consapevolezza che, per riuscire in qualche modo ad affrancarsi da una realtà fatta di privazioni e dolore, l’unica strada percorribile sia allontanarsi dalla sua Serbia e cercare di ricostruire un futuro possibile altrove, nello specifico in Italia. La Đorđević Simić racconta il passaggio del giovane protagonista da una realtà fatta di proibizioni, povertà e bombe ad una nuova vita in cui, oltre al lavoro, ci sono amici, nuove occasioni e opportunità- insieme al dono più importante: la libertà - con una prosa semplice ma non per questo meno incisiva; lo sguardo di Boško - e quello dell’autrice- sulla realtà non è giudicante, ma cerca di essere obiettivo e vuole, più di ogni altra cosa, condurre alla realizzazione di un nuovo inizio. E, per farlo, occorrono resilienza, capacità di accettazione e, perché no, anche amore, magari l’amore tra un serbo e una albanese che, insieme, decidono di non soccombere di fronte agli ostacoli delle rispettive famiglie e della società, ma di procedere verso un domani tutto ancora da scrivere.

LEGGI L’INTERVISTA A TATJANA ĐORĐEVIĆ SIMIĆ