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Il pomeriggio di un fauno

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Marco Rosedale porta il suo amico alla conferenza dell’ora di pranzo alla Irving Foundation di New York. Il tema è la relazione tra stupro e memoria. La relatrice, stuprata lei stessa anni prima, ha curato anche una mostra itinerante sull’argomento. Se prima viene l’aggressione fisica, poi c’è quella psicologica. Si soggioga la donna con la falsa memoria dei fatti, alleggerendo e ridimensionando la violenza stessa. Argomenti questi portati alla ribalta anche dalle imminenti elezioni presidenziali e dal modo con cui Donald Trump sembra considerare le donne. Solo di recente Marco si sta interessando di questi argomenti, ci è stato tirato dentro da Julia. La sua vita tranquilla, economicamente appagata, la sua reputazione di giornalista televisivo è solida e sono passate le intemperanze della gioventù. Il suo fascino rapace ha mietuto molte vittime, ma dal passato, una storia torna a turbarlo, Belfast. È proprio Julia Gault, una ex collega brillante, ma ora in declino, che ha deciso di pubblicare un memoir nel quale lo accusa di stupro. Sicuramente con Julia ha avuto una relazione, ma lui non la ricorda violenta. Che fa, segue la moda? Parla dopo tanti anni per mettersi in luce? Ha bisogno di soldi? Toccherà all’amico di sempre, che conosce entrambi ricucire i lembi di questa storia….

James Lasdun ne Il pomeriggio di un fauno racconta la vicenda di un giornalista di successo e di una sua ex assistente ai tempi di Trump e del #MeToo. Una presunta violenza accaduta in un passato lontano, un evento di cui non esistono prove, se non le versioni contrastanti dell’accusato e dell’accusatrice. Credere o no spetta alla voce narrante, un docente inglese trapiantato in America, amico di Marco Rosedale. Di proposito non ha nome, potrebbe essere Lasdun? Questo romanzo breve è un libro strano, è come una trappola o un gioco di specchi. La struttura quasi cinematografica ha scatti in avanti e flashback. Lo stile è essenziale, ma non povero di aggettivi. L’incipit è quasi respingente. Misoginia, sessismo, consenso, prevaricazione, potere, ambiguità, verità, questi e molti altri sono i temi del romanzo. Se Julia accusa, Marco introduce una potente artiglieria per bloccarne il libro. Infatti, suo padre, famoso avvocato della Corona non lesina mezzi per difendere il figlio, la cui rispettabilità rischia di essere spazzata via dall’accusa di stupro. L’uomo non riesce nemmeno a capacitarsene e, con la mente in subbuglio, ripiomba in una camera d’albergo di Belfast, nel buio di una notte alcoolica di quarant’anni prima. Marco non si sente colpevole, è pronto a darsi tutte le attenuanti. La voce narrante però, perde, via via che procede la storia, la sua neutralità. Le confessioni e i ragionamenti di Marco da una parte e il ricordo di Julia dall’altro lo tengono in stallo. Rivedere questa donna, di cui si era infatuato da ragazzo, quando frequentava, agli inizi della sua carriera giornalistica, il salotto di sua madre a Londra, lo turba. La sua esistenza solitaria in una casa spoglia e la verve professionale decaduta, lo intristiscono. Come mai si è ridotta così? Perché la vita è stata così dura con lei? Il conflitto tra i due interroga la sua coscienza e i contendenti gli chiedono di schierarsi. L’onere di credere scivola nell’onere di dubitare. È vero? Non è vero? È un libro fortemente americano e la dialettica tra i due punti di vista è feroce. L’ultima parola, però, spetta al lettore, che, usando gli occhi della voce narrante, è abilmente coinvolto, magari frastornato o infastidito, ma libero di farsi una sua idea.