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Il porto dei sogni incrociati

Il porto dei sogni incrociati

“Marcel era incorreggibile, pensò Sundgren. Non era altro che un bambino cresciuto con una straordinaria capacità di prendere per il naso gli armatori, con gran divertimento suo e dell’equipaggio”. Una malinconica ragazza di Villa García, un ingegnere informatico di Marstal, un altezzoso gioielliere di Kinsale e una triste matrona di Tréguier. Quattro sconosciuti che, in una cupa mattinata autunnale, si riunirono sulla banchina del porto di Kinsale. Da qualche settimana essi soggiornano in una pensioncina con vista sul mare, e trascorrono intere giornate a scrutare l’orizzonte marino con la speranza di assistere all’arrivo di una peculiare nave mercantile. Non hanno in comune nulla all’infuori di un cassetto ricolmo di sogni irrealizzati e dell’aver conosciuto, nei rispettivi luoghi di provenienza, il capitano Marcel. Sul molo, a pochi metri l’una dall’altra, ci sono quattro persone, due uomini, una donna e una ragazza, che guardano in direzione di Marcel e di Sundgren […] “Vedi quella bella ragazza? Si chiama Rosa Moreno e lavora in un bar a Vila Garcia. È lei che mi ha regalato l’orecchino. È di lei che parlavo a casa di Mama. L’uomo al centro, quello coi capelli biondi, si chiama Jacob Nielsen e vive a Marstal. Sono andato a bere una birra insieme a lui, quando ci siamo fermati a Marstal in attesa di caricare a Kiel. E l’ultimo, quello brizzolato, si chiama Peter Sympson e ha una gioielleria qui in città […]”. Cosa ci faranno tutti e quattro su quel molo? Sembrerebbe quasi che stiano aspettando. Che stiano aspettando Marcel…

“Il porto, luogo di addii e di attese, di salvezza e di perdizione, in cui convivono la sete di avventura e il desiderio della quiete, è metafora dell’incertezza e dell’ambiguità, un confine sul quale si incrociano le tentazioni della banchina con quelle del viaggio”. Questo stralcio della postfazione di Paolo Lodigiani è in grado di inquadrare compiutamente l’autentico protagonista del romanzo: l’incertezza, l’ambiguità, l’angosciosa attesa, il radicale mutamento di tutto ciò che ci circonda e, sebbene siamo riluttanti ad ammetterlo, di noi stessi. Questo magma incontrollabile di emozioni e sentimenti è simboleggiato dal porto, costante sostrato ambientale ed allegorico degli avvenimenti narrati. I protagonisti si illudono di poter aspirare alla stabilità, una stabilità ricercata attraverso il denaro, la compilazione di un archivio, la rete informatica, Dio, l’astrologia…Dopo essersi resi conto dell’inefficacia di questi mezzi, essi finiscono per riporre la propria speranza nell’affascinante sorriso del capitano Marcel. Tuttavia egli non conosce la stabilità, è un “venditore ambulante di sogni” e in quanto tale volatile, intrinsecamente libero, inafferrabile. Quando Marcel si rende conto di aver insinuato nei propri ammiratori desideri inarrivabili piuttosto che il tepore di un bel sogno, di aver dato vita a legami piuttosto che alla frugale dolcezza di un ricordo, egli deve congedarsi dalla sua vera occupazione, quella di mercante di sogni, e dall’umanità per intraprendere una navigazione senza meta, a bordo di una piccola barca a vela, su di un mare imprevedibile ed illimitato. Un romanzo introspettivo e malinconico, un finale aperto ma compiuto che può senza alcun dubbio aiutarci a riflettere su noi stessi e sul nostro essere dannatamente umani.