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Il posto dei miracoli

Il posto dei miracoli
Judith ha un problema enorme: sopravvivere al prossimo lunedì, giorno in cui Neil Lewis l’affogherà nel bagno della scuola. Chi potrebbe proteggerla? Non il padre, che al più le direbbe di parlarne col maestro. Non il maestro, a cui Neil riuscirebbe certamente a sfuggire. Rassegnata, col padre partecipa alla consueta Adunanza della confraternita di cui sono ferventi attivisti, contando le ore che mancano alla sua morte. Quel giorno, un ospite cattura la sua attenzione: Fratello Michaels parla di miracoli, di quanto siano vicini a noi, possibili se solo ci crediamo. E parla di semi di senape. Ottenuta una manciata di semi, Judith corre al suo piccolo mondo parallelo, un mondo in miniatura costruito con scarti, avanzi, legnetti, carte di caramelle e scampoli di stoffa vecchia. Si chiede se, coi semi, il suo piccolo mondo potrà fare il miracolo. Basterebbe che nevicasse, che la scuola restasse chiusa un giorno, e la sua vita sarebbe salva. Ripensa alle parole di Fratello Michaels, bisogna credere, e lei crede. Fa cadere cotone sul suo piccolo mondo, sui semi di senape. E la mattina, una coltre di neve copre la città, la scuola è chiusa, la sua vita è salva. Si convince di poter fare miracoli, tenta di spiegarlo al padre, che non la sente. Suo padre non la sente mai, non ride mai, non la accarezza, è sempre così serio, impegnato a predicare, a pregare e a lavorare. Per fortuna qualcuno la sente: è Dio, che le parla, che la mette di fronte alle conseguenze dei suoi desideri, occhio per occhio, dente per dente, vita per vita. E se la nuova maestra (ennesimo miracolo di Judith) impartisce a Neil sonore lezioni, lo stesso Neil (e soprattutto il padre) impartisce al padre della bambina una sonora lezione fatta di intimidazione, minacce e botte. In fondo, avere il potere di far succedere i miracoli non è poi questa gran cosa…
Al centro di questo doloroso romanzo c’è Judith, dieci anni, figlia di un operaio inglese, orfana di madre, morta di parto perché ha rifiutato una trasfusione di sangue in nome della fede. Poche risorse, la vita trascorsa nell’attesa dell’Armageddon, senza tv, predicando porta a porta per mettere in guardia i peccatori. Sempre accanto a lei, un padre serio, distante, devoto alla fede. Dopo cena non giocano, leggono la bibbia. Anche a scuola Judith non gioca coi compagni, è la sfigata della classe, bersaglio prediletto del terribile bullo di turno. Eppure non ispira mai compassione, Judith: semmai tenerezza, senso di protezione e di rivalsa. Lei non si compiange, non si autocommisera, vive la fede alla maniera di una bambina di dieci anni, come una coetanea dopata di cartoni animati vivrebbe la magia di una fata. I semi di senape sono la sua bacchetta magica. Il suo mondo fatto con le linguette delle lattine è la sua casa di Barbie. Il cotone è la sua neve, il suo miracolo. Da questa bambina straordinaria impariamo la forza, la semplicità, il potere salvifico della fantasia. In un modo (e in un mondo) più adulto, ci insegna che bisogna credere in qualcosa, fino in fondo. Così passiamo, con la leggerezza di una bambina di dieci anni, attraverso mondi dolorosi fatti di fede e di tradimento della fede, di conflitto sociale, di miserie umane, di ingiustizie quotidiane, di incapacità di vivere. Fino a quando, con la stessa leggerezza, il dolore si ricompone in un abbraccio che ripaga di ogni sofferenza e apre la porta alla speranza.