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Il pozzo vale più del tempo

Il pozzo vale più del tempo

Nella stanza dei bambini ci sono tre letti, occupati da due femmine di otto anni e da un maschio di tre. Una delle bambine se ne sta ferma, con le mani raccolte in grembo, e si guarda attorno con un paio di occhi gialli molto grandi. L’altra si lamenta e si agita continuamente: ha un complicato marchingegno di ferro che le occupa la bocca e la costringe a tenerla aperta. Il bambino, infine, dorme. La febbre gli procura uno stato soporoso da cui solo raramente riesce a uscire per pochi istanti, nei quali schiude gli occhi e guarda le due bambine in camera con lui. Le due infermiere che si occupano dei tre – Elena ed Erica – sanno che il modo migliore per evitare la morte dei pazienti è quello di mantenere gli spazi puliti. Tuttavia, si tratta di un’operazione non troppo semplice. Quando la temperatura è troppo elevata e il clima troppo secco, l’acqua scarseggia e deve essere razionata. Elena ed Erica chiamano un inserviente e lo incaricano di uscire dalla Valle Scura per recarsi verso il centro, dove c’è l’ospedale. Una volta l’ospedale era bianco, poi qualcuno ha pensato di dipingerne le pareti d’arancione, per dare speranza alle persone in attesa di risposte e diagnosi. Ora le porte della struttura sono aperte e chiunque può entrare e servirsi. Il giovane inserviente, che si chiama Manuel, attacca un carretto alla bici e sa che, al ritorno, il carretto sarà straripante di cose. Ogni volta che si avvicina all’ospedale teme non sia rimasto più nulla da prendere, invece c’è sempre qualcosa di nuovo: disinfettanti, guanti, mascherine, medicinali. Nessuno si preoccupa di capire da dove arrivino i rifornimenti. Non ha importanza. Quel che conta davvero è che chiunque possa servirsi a proprio piacimento. All’inserviente servono lenzuola, lacci emostatici e soluzione fisiologica. Non fa nulla se è scaduta: oggi serve per il bambino soporifero, quello che, a parte qualche contusione, non ha altri segni nel corpo che indichino qualche malattia. Chi lo ha visitato ha asserito che il problema è qualcosa che sta dentro il piccolo paziente e non all’esterno. Per fortuna lui non sente alcun tipo di dolore...

Una bambina di otto anni, Delia, ricoverata insieme ad altri – tra cui un bimbo soporoso e una piccolina che non può parlare ma riesce a scrivere – dei quali, una volta uscita e rimasta senza famiglia e senza casa, perderà le tracce per lungo tempo. Orfani, quindi, che in realtà non lo sono davvero; soli in un ospedale che non è esattamente come ci si aspetta che sia, perché tutta la realtà è stravolta e non ha nulla di ciò cui si è abituati: il mondo così come lo conosciamo non esiste più. Il clima è diventato insostenibile, ha raggiunto temperature elevatissime, non piove quasi mai, le persone hanno abbandonato le città per occupare strette valli in ombra inerpicate sui monti, dove il sole fatica ad arrivare. Sopravvivere è diventato un’operazione complessa, che si cerca di perseguire a qualunque costo. In questo scenario originale e immaginifico Ginevra Lamberti – autrice che vive tra Roma e Vittorio Veneto – ambienta un romanzo carico di suggestioni, una storia in cui i rapporti umani, così come siamo soliti conoscerli, non ci sono più, in quanto hanno ceduto il posto a una sopravvivenza piuttosto labile. Nel mondo oscuro creato dall’autrice sopravvivere è tutto ciò che conta e la fame spinge a compiere qualsiasi azione, compresa quella di fagocitare l’infanzia, rappresentata da Delia e dai suoi due piccoli compagni. Un romanzo carico di suggestioni e di immagini mutuate dal folklore e dalle fiabe, in cui l’autrice dà alla sua regione d’origine, il Veneto, una connotazione cruda e a tratti crudele; una storia in cui la tematica ecologica diventa tutt’uno con l’analisi della società e della sua involuzione, ai danni soprattutto del mondo dell’infanzia, fagocitato e cannibalizzato dalla forma più infima del potere umano. Una lettura intensa, che racconta un mondo alieno in cui non c’è speranza per l’esser umano, specie per la parte più debole e indifesa dell’umanità.