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Il prefetto della Giudea

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Nella cittadina di Peltuinum vive un ormai anziano Ponzio Pilato. Avendo terminato la propria carriera politica ed essendo stato destituito dalla carica di procuratore di Gerusalemme, l’uomo trascorre le proprie giornate in modo apparentemente quieto. In realtà, però, dentro al suo cuore continua ad agitarsi un soffocante senso di colpa: più passa il tempo e più teme infatti che la sua decisione nei confronti di quel Gesù sia stata un tremendo errore. Certo, non lo condannò in prima persona, anzi si lavò le mani della scelta, lasciando che fosse il popolo a gran voce a decidere la morte del nazareno; eppure proprio questa “non scelta”, in fin dei conti, fu forse la peggior forma di condanna concepibile; soprattutto perché a distanza di tempo il cristianesimo ha iniziato a diffondersi per l’impero come una strana malattia, generando giorno dopo giorno sempre più proseliti. Pilato teme insomma di aver preso parte nel modo peggiore a un evento che, apparentemente insignificante sul momento, potrebbe invece rivelarsi determinante per il futuro stesso dell’umanità. Eppure la sua sposa, Claudia Procula, lo aveva avvertito già allora, quando gli disse: “Non avere a che fare con quel giusto; perché oggi fui molto turbata in sogno, per causa sua”…

L’idea alla base della trama è interessante: fare di Ponzio Pilato una sorta di personaggio shakespeariano, preda in vecchiaia del senso di colpa per le scelte prese nei confronti di Gesù; questa idea però rimane appunto più un’ambizione dell’autore che l’effettiva base per la struttura della trama. Se Trifirò avesse scritto un saggio storico probabilmente avrebbe potuto sfruttare al meglio il gran lavoro di riflessioni, citazioni e riferimenti interessanti che ha raccolto, ottenendo così un risultato migliore; ha invece deciso di imbarcarsi in un’impresa diversa: un romanzo. Certo, un romanzo storico richiede comunque fondamenta solide, deve sostenersi sui fatti e sulle fonti, ma deve poi anche narrare una vicenda che il lettore possa gustare sotto un’ottica letteraria. Il problema principale di questo testo, invece, è che la parte narrativa sparisce sotto a un oceano di citazioni bibliche, storiche e di altro genere. Ad esempio, nel bel mezzo del secondo capitolo ci si ritrova davanti a una citazione del Macbeth che risulta abbastanza fuori luogo (dato il tempo in cui si svolge la narrazione), e che non fa altro che ammiccare al lettore per sottolineare l’idea dietro al romanzo stesso. Proprio per queste ragioni il primo capitolo risulta anche il più riuscito, dal momento che è un’accurata spiegazione storica che sarebbe stata perfetta all’inizio di un saggio; non presentando elementi narrativi, qui, le citazioni risultano infatti adeguate e persino necessarie.