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Il presagio

ilpresagio

A Oslo è il primo pomeriggio di venerdì 22 luglio 2011. Johanne Vik continua a chiedere cosa sta succedendo, davanti alla scena che ha di fronte: una madre disperata (la sua amica ed ex compagna di scuola Ellen) con il figlio di otto anni in braccio. Il piccolo, Sander Mohr, è ridotto male, un occhio tumefatto, nascosto dal sangue ormai secco, un braccio rotto all’altezza del gomito e la madre che continua a urlare: “No... No...”. C’è anche il padre lì accanto, che dice di non aver fatto attenzione. E pensare che c’era una festa organizzata proprio per quella sera e tutto era perfettamente in ordine! Ora, una scala a pioli aperta in mezzo alla stanza fa capire che Sander, bimbo particolarmente vivace, è caduto da lì, dopo averla presa e usata, di sua iniziativa, forse per dipingere il soffitto. A Johanne tocca il compito di annullare la festa e al tempo stesso da una delle invitate viene a sapere di una bomba che ha fatto saltare in aria metà del centro città, probabilmente un attentato del terrorismo islamico. Proprio per questo evento così terribile, Johanne non riesce a mettersi in contatto con la polizia, tanto meno con il marito Yngvar Stubø. Finalmente, quando ormai si sono fatte le diciotto e quaranta, qualcuno arriva, ma la scena del presunto incidente occorso al bambino è già stata corrotta. Il padre, ad esempio, ha spostato la scala che si trovava in mezzo alla stanza e ha pulito il sangue. Da lontano si vede ancora l’alta colonna di fumo nero che si alza dal centro. Forse una fuga di gas, o un incidente, pensa Johanne che non vuole arrendersi, guardando l’orizzonte, all’idea di un attentato terroristico proprio in Norvegia. Lei cerca di parlare con un poliziotto che condivide la stessa apprensione di chi ha figli e sa che ci sono cose che possono non essere previste quando ci sono bambini in giro. Finché al poliziotto non arriva un messaggio e prima resta a bocca aperta, poi impallidisce, quindi scappa via senza aprire bocca, ma con una gran fretta...

Quando decideranno, per Modus (la serie di successo tratta da questi libri della Holt in cui sono protagonisti Johanne Vik e suo marito Yngvar Stubø), di portare sul set questo romanzo conclusivo, il successo di certo non avrà precedenti. L’argomento che la scrittrice ha voluto trattare è quello della violenza sui minori e il finale lascia veramente sorpresi e sconcertati. Un noir costruito intorno alla morte di un bambino, con qualche problema di iperattività e una sorpresa sull’assassino e sul finale del libro che sono decisamente inaspettati. La costruzione è interessante, perché mentre il lettore prova a farsi un’idea, man mano che la situazione si evolve e che un poliziotto si intestardisce a cercare il colpevole (anche se ormai le sue indagini hanno un nome e un cognome ben precisi), man mano che testimoni e tutte persone all’interno della famiglia dicono la loro su visione della situazione, sospetti e certezze, mentre si seguono gli sviluppi e ogni dichiarazione, ci si convince che l’accanirsi del poliziotto è esatta, ma solo piccoli eventi e una mente geniale come quella di Johanne Vik, particolarmente attenta a ogni cosa, profumo, rumore, o sguardo che sia, ci indirizza poi verso il finale incredibile del caso e quello che succederà poi. Tenerissima la Johanne Vik incinta e tutte le speranze che ripone sul nascituro, immaginandolo maschio, ma senza il coraggio di dire tutto al marito Yngvar, ormai fermo sull’idea che una figlia propria e una che sua moglie ha portato dal suo precedente matrimonio, sono più che abbastanza. Quinto volume e conclusione della serie di Johanne e Yngvar, ma onestamente potevano essercene altri venti e li avremmo letti con la stessa identica passione!