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Il primo maestro

Il primo maestro

La prima cosa che si vede a Kurkureu sono due bellissimi grandi pioppi. Hanno una loro particolare anima canora, un loro tipico fruscio, un linguaggio speciale con cui rispondono al più piccolo movimento del vento. I bambini del villaggio giocano ad arrampicarcisi, distruggono i nidi degli uccelli e fanno a gara a chi arriva più in alto, per osservare stupiti lo spazio immenso della Terra. Sul poggio dove si ergono i due pioppi una volta c’era la scuola di Djujšen, di cui ora non rimane più nulla. Ma gli alberi gemelli sono nei ricordi di tutti i bambini del villaggio, anche di Altynaj, la famosa studiosa che ormai vive in città e non torna quasi mai. Torna però per inaugurare la nuova scuola, intitolata a lei. È un’ospite celebre, accolta con allegria e omaggiata da tutti i compaesani, e l’emozione è tanta, che lei fa fatica a nascondere le lacrime. Arrivano pure i telegrammi di congratulazioni degli ex studenti. Li consegna ai compaesani un vecchio semianalfabeta placido e barbuto, Djujšen. Ma all’udire il nome di Djujšen Altynaj trasalisce. Il suo sguardo si fissa sui due pioppi rossi d’autunno e improvvisamente decide di ripartire subito per Mosca. E a Mosca riaffiora vivo in lei il ricordo di quell’autunno del 1924, quando aveva quattordici anni e al villaggio arrivò un giovane col cappotto da soldato, mandato dal governo comunista sovietico per aprire una scuola e insegnare ai bambini a leggere, scrivere e far di conto. Un ricordo però tormentato dai rimorsi di coscienza...

Questo breve romanzo è la storia di una lotta per l’istruzione e per l’affrancamento in un villaggio del Kazakistan sovietico. Il racconto è semplice e non travolgente, ma i temi toccati sono molto forti: l’importanza dell’istruzione per il miglioramento delle proprie condizioni di vita, il valore della donna, non meno dotata dell’uomo delle capacità per affrancarsi e affermarsi fuori dal ruolo di moglie e madre, l’importanza di fare qualcosa per la comunità in cui si vive. Benché lo sfondo sia quello del duro impero sovietico di Lenin, rigido nelle sue regole e nella disciplina, Djujšen incarna la libertà data dall’istruzione, colui che senza retorica si spende per offrire ai bambini un futuro dignitoso. Djujšen e Altynaj si affezionano molto l’uno all’altro e profondo è il loro legame, tanto che il maestro rischierà addirittura la vita per proteggere e liberare l’allieva da un destino rovinoso. Ma il loro rapporto è pervaso da qualcosa di non detto, che tale rimarrà. E infatti Altynai, nonostante il desiderio di rivedere il suo primo maestro dopo molti anni, non reggerà il confronto di persona e quando sentirà di nuovo la sua voce si deciderà a una partenza anticipata dal villaggio. L’unico mezzo possibile per dare sfogo ai suoi sentimenti sarà la carta. Da ciò l’atmosfera dilatata, sospesa, quasi nostalgica, che pervade il racconto, a cui contribuiscono i luoghi e gli abitanti di un villaggio ostile. Nel 1965 Andrey Konchalovskiy ha tratto dal romanzo un film con Bolot Beyshenaliev, Natalya Arinbasarova, Idris Nogajbayev e Darkul Kuyukova.