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Il procuratore la caccia e la preda

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Torino, 17 novembre 1993. Il sostituto procuratore Francesco Ròtari è in ufficio quando il telefono spezza il silenzio. All’altro capo il maggiore Pasquale Ruggero lo informa che c’è stato un omicidio a Moncalieri. Ruggero si sta recando sul luogo e invita il PM ad accompagnarlo. Pochi minuti dopo – giusto il tempo per scendere con l’ascensore dal quinto piano del palazzo – Ròtari apre la portiera posteriore dell’Alfetta bianca del nucleo operativo. Ruggero, che invece siede davanti, accanto al posto di guida, è in abiti civili, ma la sua prestanza fisica è comunque piuttosto evidente. Biondo, capelli corti e baffi ben curati, il maggiore racconta che un’ora prima la radiomobile della compagnia di Moncalieri è intervenuta in una strada collinare a seguito della richiesta di una donna che, portando a passeggio il cane, ha visto il cadavere di un uomo. Poiché i militari hanno appurato che il corpo presentava ferite d’arma da fuoco, hanno chiesto rinforzi. Intanto sul cadavere sono stati rinvenuti i documenti, per cui sono in corso gli accertamenti per capire di chi si tratti. L’Alfetta percorre rapida via Po, piazza Vittorio Veneto e il ponte Vittorio Emanuele, poi svolta a destar su corso Moncalieri. L’autista pare interpretare a modo suo le norme del Codice della strada, ma il magistrato, che ormai è abituato alla sua guida piuttosto disinvolta, non fa alcuna osservazione. Quando l’auto viene parcheggiata poco oltre le macchine dei Carabinieri con i lampeggianti in funzione, il capitano Mario Pretti, comandante della compagnia di Moncalieri, si fa subito incontro a Ruggero e Ròtari e li informa su ciò che è accaduto. Il morto è Stefano Giulietti, trentanove anni, residente a Torino, sposato e senza figli, commercialista. Recentemente è stato querelato per appropriazione indebita. Il comandante della stazione di competenza sta cercando la moglie per informarla. Il medico legale, di lì a poco, aggiunge che la morte è stata causata con ogni probabilità da un colpo d’arma da fuoco alla tempia sinistra. L’orario della morte può essere stabilito tra le ventuno e le ventiquattro e la chiazza di sangue intorno al capo della vittima lascia supporre che l’uomo sia stato ucciso proprio lì dove è stato ritrovato.…

Giorgio Vitari – magistrato torinese in pensione – offre al lettore una nuova indagine che vede come protagonista il sostituto procuratore Francesco Ròtari, uomo tutto d’un pezzo che deve indagare sull’omicidio del commercialista Stefano Giulietti, ex allievo del suo stesso liceo nonché figura dal passato piuttosto oscuro. Ròtari non è certo uno che ha paura di sporcarsi le mani. Anzi, proprio negli anni in cui in Italia l’inchiesta “Mani pulite” mette in discussione l’operato dei pubblici ministeri, il magistrato non si fa alcuno scrupolo e mette in gioco se stesso e la propria carriera pur di riuscire ad arrivare a quella verità che vede nascosta dietro troppi veli di omertà e non detti. Non tutti apprezzano la sua determinazione e il suo operato. Ecco quindi che Ròtari è costretto a interrogarsi sui propri metodi d’investigazione e a chiedersi fino a che punto gli sia lecito spingersi. In un crescendo di tensione e grazie a una scrittura pulita e asciutta – c’è qualche imprecisione stilistica qua e là che tuttavia non pregiudica la buona qualità del lavoro – Vitari racconta l’angoscia di un uomo che rincorre la giustizia ma si interroga sulle procedure, rischia sulla propria pelle ma si mantiene fedele alle sue scelte. Un giallo intrigante, con una trama ben costruita e capace di creare la giusta tensione, quella che spinge a leggere una riga dopo l’altra, una pagina dopo l’altra. Una lettura consigliata agli amanti del genere e a chi abbia voglia di rituffarsi negli anni Settanta, segnati da molteplici attività terroristiche legate a eventi tragici, che è bene non vadano dimenticati.