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Il protagonista

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La tana si trova a pochi passi dal Quirinale. Non è proprio una tana perché la tana è quella della marmotta del tasso della volpe e lui non è un animale. Allora chi è? Presto si saprà. Adesso sta descrivendo la tana e i suoi bassi soffitti a cassettoni che i tarli hanno eroso nel tempo e il pavimento di mattonelle rosse e bianche esagonali genovesi ma poi chi se ne frega. Non ne può già più di questa descrizione. Nella tana c’è una porta murata da cui passava re Vittorio Emanuele Secondo attraverso una scala segreta per andare dalla bella Rosina, che poi quando “uno è re le scale se le potrebbe far salire da qualcuno invece lui le saliva personalmente Vittorio Emanuele Secondo con i suoi baffi tinti di nero”. C’è poi la camera da letto e dentro al letto c’è una ragazza che aspetta. Che aspetti pure. Il soffitto della tana ha un buco ed è da questo buco - o meglio abbaino - che spesso fa capolino come un Antenna e domina i tetti di Roma e vede il Quirinale, ma a differenza delle antenne lui si regge da sé per “erezione naturale”. Sa che dovrebbe starci attento e non farsi vedere dalla gente anche se non capisce il perché di tanto scandalo alla sua vista. E pensare che gli antichi erigevano monumenti in suo onore, se non persino a sua immagine e somiglianza: “Il mio colore è intonato con il rosso romano mattone e la mia forma richiama in qualche modo un campanile di Borromini però sono i campanili che mi hanno copiato, non io loro”. Quando fa capolino dal buco del soffitto cioè dall’abbaino diventa l’Antenna che trasmette e riceve le vibrazioni, che sono il principio vitale e fondante del mondo. E anche il principio su cui si basa la radio amata dai radioamatori, e il Capoccia - è così che lo chiama alla bisogna - è un radioamatore. Ma non di quelli che si scambiano notizie sulla tecnica della radio. Il Capoccia è uno di quei radioamatori villani che passano le ore a cercare di captare le lunghezze d’onda in cui si senta una voce femminile. È così che il Capoccia ha captato quella di Elisabella, “quella che sta aspettando nel letto dalla pagina quattro lasciamola lì ancora un po’ aspettare. Dopo ne parliamo”…

Luigi Malerba deve essersi molto divertito a scrivere Il protagonista (1973). Leggerlo è sicuramente un’esperienza spassosa. I presupposti per una lettura ridanciana ci sono tutti: il protagonista del titolo non è infatti un uomo, un bambino, un animale o un oggetto bensì il membro virile di un non meglio identificato “Capoccia”, così denominato dallo stesso protagonista. Le vicende sono quindi narrate da una prospettiva a dir poco inusuale che permette a Malerba di sviluppare lungo tutto il romanzo la cosiddetta “estetica dello strano”. Tale estetica si basa su uno sdoppiamento della narrazione dove l’organo genitale - dotato di una psicologia e uno spiccato spirito critico - si fa portavoce e narratore (spesso inattendibile) degli avvenimenti che capitano al Capoccia, avvenimenti grotteschi e prevalentemente ricollegati al basso corporeo, e nel caso specifico alla sfera sessuale. Il tema del doppio si manifesta poi nei personaggi di “Elisabella” e “Isabetta”, gemelle diverse e speculari anche nella costruzione alternata del nome. Ad ogni modo, lo “strano” in questo romanzo non si manifesta solo nel contenuto grottescamente pruriginoso ma anche e soprattutto nello stile di Malerba che, in un virtuose soluzioni avanguardistiche, organizza e fa procedere il testo attraverso anacoluti intenzionali, procedimenti metaletterari nei quali la letteratura parla di se stessa e vengono mostrate al lettore le riflessioni autoriali (come quando Malerba scrive “Dentro al letto una ragazza che aspetta lasciamola aspettare e andiamo avanti a parlare della tana. Il titolo di questo capitolo sarebbe infatti LA TANA”). Il romanzo è poi disseminato di citazioni e rimandi a opere di autori che fanno parte del canone letterario occidentale che hanno scritto, adottando anche un linguaggio colorito, di sesso. Altamente simbolico, il finale: sorta di uroboro sessuale e narcisista, buffamente pietoso.