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Il punto di Giano

puntogiano

Che il tempo scorra inesorabilmente in avanti non è solo una sensazione: è un processo reale e osservabile. Così come l’essere umano non può far altro che invecchiare, pure i fenomeni che avvengono nello spazio vicino e lontano si svolgono sempre nella stessa direzione. La freccia del tempo corre dal passato al futuro. O meglio: le frecce del tempo - ce ne sono, infatti, miriadi. Le principali sono tre. La più comune indica un processo irreversibile: qualcosa di caldo che si raffredda, un movimento che si spegne. La seconda freccia è ritardata, come le onde concentriche generate dal lancio di un sasso nell’acqua o il segnale radiotelevisivo. Il terzo tipo, il più complesso, è legato alla meccanica quantistica e al celebre problema del gatto di Schrödinger - la coesistenza di due possibilità, antitetiche. Da questa sommaria descrizione, è possibile affermare che le leggi della natura sono sempre simmetriche rispetto al tempo? Tutte le più grandi teorie della fisica rispettano la direzione della freccia temporale: la termodinamica (“l’energia non può essere creata né distrutta”), l’entropia, il Big Bang, l’espansione dell’universo, i buchi neri, e persino l’evoluzione e il DNA. Oggi è tempo di accogliere altri due “cambiamenti del modo di pensare”. Nel primo, il Big Bang cessa di essere l’esplosione che ha dato vita all’universo (e al tempo), per diventare un punto particolare della linea del tempo: il punto di Giano. Cosa succede in questo territorio temporale? Perché prende il nome dal dio bifronte, simbolo degli inizi e dei passaggi, della capacità di guardare al passato e al futuro?

C’è qualcosa di più complesso dell’entropia, e Julian Barbour vuole affrontarlo. In modo non convenzionale, eppure rigoroso. Gli scienziati suoi colleghi hanno accolto questo saggio con grandi lodi; per Lee Smolin, notevolissimo fisico teorico, Il punto di Giano è “semplicemente il più importante libro sulla cosmologia degli ultimi anni”. Altri giudizi meno perentori puntano sul potere eccitante e controverso delle idee di Barbour. Che non è un accademico: è stato visiting professor in Fisica ad Oxford, ma preferisce definirsi anche filosofo. Nella prima parte del libro fa il fisico: riassume la storia della termodinamica, arrivando a una conclusione problematica ma necessaria, ovvero che non è quello il campo in cui cercare una soluzione al problema frecce del tempo. La seconda parte, molto più ardita e complessa, introduce la soluzione elaborata. Le intuizioni di Barbour sono portatrici di meraviglia, anche perché presentate spargendo versi di Shakespeare qua e là, ma il valore di quest’opera è soprattutto epistemologico, di metodo. Questa teoria non sconfessa le precedenti. Introduce invece nuovi risvolti, ulteriori possibilità. Niente di eretico: dopo circa un secolo, è naturale che la scienza concretizzi la conoscenza accumulata in prospettive inaudite. Sta proprio nella natura della disciplina, la stessa che abbracciò la rivoluzione copernicana (la Terra, e non solo, gira intorno al Sole) senza umiliare o condannare all’oblio la potenza visionaria di Tolomeo (con il nostro pianeta immobile al centro dell’universo).