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Il ragazzo che amava il cinema

Il ragazzo che amava il cinema

1945. Barcellona è immersa in un torrido agosto, il secondo conflitto mondiale è alle battute finali e gli abitanti del quartiere popolare Poble-Sec fanno i conti con la povertà. Tra questi si distinguono Soledad e Nil, madre e figlio. Soledad è una bellissima donna che lavora per la falegnameria di Romagosa e, occasionalmente, conclude scambi al mercato nero. È infatti il periodo del razionamento e le tessere distribuite spesso e volentieri non bastano a sfamare la povertà. Nil è invece un ragazzino di tredici anni al quale la guerra ha portato via una mano, alla quale sopperisce con un moncherino. Ama visceralmente il cinema, passione che condivide con Bernardo, un proiezionista che abita nello stesso appartamento. A modificare per sempre l’esistenza di Nil e sua madre non è stata però la Seconda Guerra Mondiale – la Spagna ha assunto un atteggiamento neutrale prima e non belligerante poi –, ma la guerra civile che è sfociata nella dittatura franchista. Il 26 gennaio 1939 David Roig, repubblicano militante, padre di Nil e marito di Soledad, era fuggito da una Barcellona diventata blu e violenta, arruolandosi tra i maquis e intraprendendo un’esistenza clandestina. Da allora aveva mantenuto i contatti con i suoi cari tramite una lunga e corposa corrispondenza, interrottasi bruscamente proprio nel gennaio del ’45, lasciando Soledad nello sconforto più totale. A Nil, dal canto suo, delle lettere non importa poi così tanto, preferirebbe vedere apparire suo padre nel giorno del suo compleanno. Ciò che invece appare nel giorno più speciale è un cadavere. Nil, rientrando a casa da certe commissioni, si imbatte nel corpo quasi esanime di un adulto che, prima di esalare l’ultimo respiro, gli consegna una figurina e gli sussurra la seguente parola: “David”...

Il ragazzo che amava il cinema si chiude così: il figlio di Nil vince un Goya (l’equivalente di un David di Donatello qui da noi in Italia) per la regia del film “La Gran Mentira”, che racconta la storia che ha vissuto suo padre. Nel discorso di accettazione, il regista dichiara che “La Gran Mentira non è un altro film sul dopoguerra di questo Paese” ma “la storia di tutte quelle donne impegnate ad amare mentre gli uomini si dedicavano solo a distruggere”. Con queste brevi batture, il figlio di Nil – o, se volete, Pere Cervantes – indica la chiave di lettura dell’intero libro. Il ragazzo che amava il cinema non è, appunto, un romanzo sulla guerra (né civile né mondiale), ma un affresco storico di un periodo in cui le donne (spagnole, ma possiamo tranquillamente allargare il discorso a quelle provenienti da tutta Europa) hanno portato due pesanti macigni sulle spalle. In primis quello economico: con i mariti in guerra, è toccato a loro rimboccarsi le mani e dare da mangiare alla famiglia, in ogni modo possibile. In secundis quello, forse più importante, affettivo: da sole hanno dovuto fornire alla loro prole tutto l’affetto di cui avevano bisogno, cercando allo stesso tempo di educarli sentimentalmente e umanamente. Le donne hanno insomma, quasi da sole, retto il presente e il futuro della propria nazione per circa un decennio. Soledad, madre, moglie e imprenditrice, è il simbolo di tutte loro e, sebbene il romanzo sia focalizzato più sulla figura di suo figlio, il personaggio più importante rimane comunque lei. Da non sottovalutare è inoltre il ruolo salvifico dell’arte – il cinema, in questo caso – che aiuta Nil a tenersi lontano dai guai; un’arte che permea Il ragazzo che amava il cinema dalla prima all’ultima pagina e che, per confessione dello stesso Cervantes rappresenta un porto sicuro nei momenti difficili della vita di ognuno (leggi: COVID-19). Infine, giusto una battuta sullo spoiler iniziale: questo romanzo è talmente avvolgente e commovente che non lo si deve leggere per arrivare alla fine, ma semplicemente per il gusto della lettura. Gli ultimi quattro capitoli sono il classico “e vissero felici e contenti” di una storia fatta di amore, odio, disperazione, speranza, violenza e tenerezza. Quello che conta davvero, per il quale ci si emoziona, avviene prima. La fine serve solamente per assegnare il premio Goya al figlio di Nil: metaforicamente, è come se Cervantes si assegnasse un premio per il romanzo appena terminato. Che dire, se lo è veramente meritato.