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Il ragazzo sbagliato

Il ragazzo sbagliato

Ogni anno, a metà luglio, Simo parte per le vacanze con i genitori. Si tratta ogni volta di un luogo esotico diverso: Madagascar, Bali, le Maldive. Quest’anno la destinazione è la terra dei mariachi, il Messico. Il padre di Simo, abbronzatura uniforme dodici mesi su dodici, è un cardiologo affermato, ha bisogno di staccare la spina ogni tanto e trascina moglie e figlia nelle località di mare più gettonate. Come d’abitudine, il giorno prima della partenza Desi – il nome è scritto proprio così, come si pronuncia – assiste l’amica durante la preparazione del bagaglio, dorme da lei per non perdere neppure un minuto del tempo che le due hanno per stare insieme e anche per essere l’ultima a salutarla, il giorno della partenza. E ora che Simo è davvero andata e l’ultimo messaggio che le ha mandato è una faccina con la linguaccia, dall’aeroporto, prima del decollo, Desi è sola. Come al solito trascorrerà giornate noiosissime in attesa di ricevere una cartolina dall’amica. Quella delle cartoline è una prassi consolidata che le due condividono da tempo: anche se è un’idea sciocca e piuttosto anacronistica, Desi spezza il tedio dei suoi giorni nell’attesa di quel rettangolo che reca l’immagine di una parte di mondo e le parole della sua amica del cuore. Questa volta, tuttavia, è diverso. Simo è partita da due giorni e non si è ancora fatta sentire. Non uno squillo, non un messaggio, non una faccina a riempire la sua solitudine. Per di più, subito dopo la partenza dell’amica del cuore, Pippi, suo fratello, resta coinvolto in un incidente. Cade durante l’ultimo giro di allenamenti, sulla pista del Monte Corallo, vicino all’azienda del padre. Quando la famiglia viene avvertita, il ragazzo è già sull’elicottero. Desi aggiorna l’amica, attraverso messaggi che sono un vero e proprio grido d’aiuto, su ogni passaggio: Pippi in coma, la disperazione della famiglia, la speranza che invece non abbandona lei neppure un attimo, il risveglio del fratello, la felicità di vederlo aprire gli occhi e tornare, il timore di dovergli amputare un braccio, gli interventi per salvargli l’arto, la fisioterapia. E intanto, da Simona neppure una parola...

Solitudine, dolore, amicizia, disorientamento, salvezza. Sono queste le parole chiave che racchiudono il messaggio che l’ultimo lavoro di Cristiano Cavina – autore romagnolo con diverse pubblicazioni all’attivo – desidera veicolare. Scritto a quattro mani con Giada Borgatti – bolognese, classe 1985, di professione drammaturga – è la storia di Desi, un’adolescente come tante e allo stesso tempo diversa da tutte, una diciassettenne costretta a convivere con una solitudine fatta di silenzi e di incapacità a raccontare l’universo di emozioni che la abitano. Simo, l’amica del cuore, si è fatta di nebbia, il fratello adorato, Pippi, ha avuto un incidente e per il momento è ko. Non le resta che il frigo di casa, unico oggetto a cui affidare ogni tipo di pensiero, da quelli sciocchi come le frasi delle cartoline che negli anni ha ricevuto da Simo a quelli più profondi, quelli che possono anche provocare dolore. Quando nella sua vita irrompe Jader – cappuccio della felpa sollevato e un ricamo di cicatrici sul collo – Desi è sulla soglia di un baratro che l’ha trasformata nell’ombra di se stessa. Jader parla poco, forse non è il ragazzo giusto. O forse, invece, riuscirà a riempire i silenzi di Desi e ad aiutarla a ridare una forma alle sue giornate. Un ritratto attento dell’adolescenza e delle difficoltà che ogni ragazzo incontra lungo la strada, spesso tortuosa, che conduce all’età adulta; un racconto che parla di amicizia e di perdita, di famiglia e di dolore, di amore e di solitudine. Un romanzo di formazione che sottolinea l’importanza di trovare chi sappia andare oltre l’apparenza e osservare davvero, per scovare la perla nascosta nell’ostrica, la forza che si nasconde dietro un’apparente vulnerabilità, la luce che filtra dalla crepa più profonda.