Bea Navarra, che di mestiere fa la grafologa forense, si trova in un supermercato, in fila al banco dei latticini. Deve comprare soltanto una mozzarella per una pizza che ha intenzione di prepararsi per cena, ma la fila procede lentamente e lei avverte con crescente insofferenza il peso delle persone accalcate dietro di sé. Mentre aspetta, ripensa a quando il venerdì pomeriggio era dedicato alla spesa insieme all’ex marito. Era stato lui a imporre quella routine, così da avere libero il sabato per andare in moto o in barca. Bea ricorda quanto quel rituale, inizialmente quasi divertente, fosse poi diventato opprimente, anche perché i due finivano spesso per discutere: lui voleva comprare ogni genere di prodotto inutile, mentre lei cercava di trattenerlo. Dopo il divorzio, Bea ha cercato di eliminare dalla propria vita tutte le abitudini legate al matrimonio e di evitare luoghi e orari frequentati dall’ex marito. Eppure si ritrova nuovamente lì, proprio in uno di quei contesti che vorrebbe lasciarsi alle spalle. Quando finalmente manca una sola persona al suo turno, squilla il telefono di lavoro. L’avvocato Giulio Trimarchi le chiede il permesso di dare il suo contatto a una cara amica, che ha bisogno di una grafologa forense. Bea, infastidita sia dall’orario sia dal modo in cui l’avvocato si è presentato, sarebbe sul punto di rifiutare, ma Trimarchi aggiunge un particolare che cambia immediatamente il suo atteggiamento: si tratta di un testamento olografo ritrovato dietro un quadro. La curiosità professionale di Bea si accende. Accetta quindi che l’amica dell’avvocato la contatti la settimana successiva. Intanto Trimarchi le invia sul telefono una fotografia del documento. Bea tenta di osservarla, ma l’immagine è sfocata, il testo non è leggibile e la grafia risulta difficile da interpretare. Nota però qualcosa di insolito: nella parte superiore compare una tonalità vagamente azzurrina, mentre verso il fondo il colore sembra tendere al rosa. Distratta dalla telefonata e dalla fotografia, finisce per perdere il proprio turno al banco e viene di fatto estromessa dalla fila. Accidenti!…

L’autrice siciliana Nunzia Scalzo, giornalista e grafologa forense, riporta sulla scena Bea Navarra, già protagonista de La regola dell’ortica, e costruisce un’indagine che nasce da un dettaglio apparentemente circoscritto: una scritta nascosta dietro un quadro. Sì, perché anche Bea, come la sua “creatrice”, è una grafologa e a rivolgersi a lei è la baronessa Giacinta Luce Di Gregorio, reduce da una serie di lutti e ritirata nella villa di famiglia sulle colline di Caltagirone. Dietro un dipinto è comparso un messaggio inquietante, accompagnato da una sequenza alfanumerica in greco antico. Le parole alludono alla presenza di un “diavolo” da eliminare e invitano a non fidarsi delle persone più vicine. Non è chiaro se si tratti di una minaccia, di un avvertimento, di una maledizione costruita per suggestionare qualcuno oppure di qualcosa che affonda le radici nel passato della famiglia. Per capire chi abbia lasciato quel messaggio, Bea deve andare oltre il documento rinvenuto dietro il quadro e ricostruire progressivamente la storia dei Di Gregorio. L’analisi delle grafie con cui deve confrontarsi conduce verso testamenti, carte di famiglia e vicende che coinvolgono più generazioni. Più l’indagine procede, più diventa evidente che il mistero non riguarda soltanto l’identità dell’autore di una frase, ma un sistema di relazioni familiari segnato da interessi economici, rancori, lutti e segreti. Scalzo offre al lettore una voce riconoscibile: ironica, impaziente, colta, spesso sarcastica, incline alle associazioni culturali e alle digressioni. Bea interpreta continuamente ciò che vede e commenta persone, abitudini e situazioni con una sicurezza che non vuole apparire accomodante. Il suo lavoro e la sua personalità finiscono così per coincidere: come osserva una grafia alla ricerca dell’anomalia significativa, allo stesso modo guarda chi la circonda cercando incoerenze, reticenze e particolari fuori posto. È anche questa scelta a determinare il ritmo del libro, che non è un giallo costruito soprattutto sull’azione. Molto spazio è infatti dedicato al procedimento attraverso il quale una prova documentale viene interpretata, alle tecniche della grafologia forense e alle ipotesi che nascono dall’osservazione delle carte. Questo aspetto costituisce una delle caratteristiche principali del romanzo, ma ne determina inevitabilmente anche il tipo di lettura. Talvolta l’abbondanza di spiegazioni tecniche e la voce molto presente della protagonista rallentano l’avanzamento del mistero; quindi, chi cerca un testo molto rapido, fatto soprattutto di pericoli immediati e svolte continue, può trovare ridondanti e poco interessanti le sezioni tecniche. Chi invece è incuriosito dal lavoro sul documento, dalla possibilità di trasformare una firma, un testamento o un tratto grafico in un indizio narrativo, trova qui un approccio meno consueto al genere. E Bea Navarra, con il suo carattere spigoloso e la sua fiducia quasi assoluta nei segni, continua a partire da una convinzione semplice: prima o poi, anche ciò che è stato nascosto lascia una traccia.