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Il rapido lembo del ridicolo

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Nelle pagine di questo zibaldone, si rimestano ricordi, riflessioni, voci dei morti che sempre ritornano e che spesso sono l’unica compagnia nelle solitarie giornate trascorse nel Polesine e nei pressi del Lago di Garda, rispettivamente sua prima e seconda patria. Non ama molto viaggiare, cosa che condivide con inaspettatamente Tommaso Labranca. Viaggiare gli provoca spaesamento e irritazione; le uniche peregrinazioni sono quelle che compie tra le quattro pareti della sua mente, perché nella sua mente si rispecchia il mondo intero… Non solo, la sua mente è abitata da una iena, ormai ne è certo: si tratta probabilmente della Crocuta crocuta spelaea, la cosiddetta iena delle caverne che se ne sta rintanata nella sua testa come fosse una tana e ride dei suoi sogni, delle sue paranoie. È il caso di farsi seguire da uno psichiatra, o meglio forse da un veterinario?… Era il suo dodicesimo compleanno, se lo ricorda ancora: sta soffiando le candeline sulla torta quando l’aria fredda che esce dalla sua bocca, come un avvertimento, una premonizione, lo rende consapevole che il meglio della vita sta già volando via… Ha sette anni quando ha la sua prima allucinazione visiva e sonora, esperienza che lo marchierà indelebilmente con un “fardello di sogno e follia”… Per distrarsi da tali inquietanti visioni (cortei di sinistre figure incappucciate che sfilano quasi fluttuando da terra) spesso sfoglia riviste di gossip, unici talismani che lo distolgono da “quell’horror vacui che da sempre [gli] attanaglia la gola.” L’incontro con un amico gli ricorda di quando, quarant’anni prima, ebbe modo di conoscere Amelia Rosselli: l’appartamento della poetessa è freddo, odora di muffa, di medicinali e di sigarette che la donna si accende una dopo l’altra. Una sera assiste a un reading in cui leggono le proprie poesie Amelia Rosselli e Alda Merini; alla cena che segue, Merini provoca Rosselli, la quale l’apostrofa dandole della matta. Merini rivendica con orgoglio l’appellativo e “seduta stante, pass[a] ad elencare, come fossero medaglie al valore, una sequela infinita di ricoveri al Paolo Pini punteggiati da infiniti e tremendi elettroshock”…

“Ho fatto con te quel che avevo già fatto con le persone a me più care: ho mostrato loro il fondo del sacco e la polvere acre che se ne è levata li ha mezzo soffocati”. È con queste flaubertiane parole che Francesco Permunian termina la prefazione de Il rapido lembo del ridicolo, parole che in un certo senso anticipano le atmosfere del libro e guidano il lettore nel percorso che andrà a intraprendere. L’opera è difficilmente incastonabile entro i rigidi confini di un genere letterario. Sicuramente, si può adottare la parola “zibaldone” di leopardiana memoria e utilizzata dallo stesso Permunian nella sua prefazione. Il libro, suddiviso in cinque sezioni, si pone infatti come taccuino di pensieri sparsi - seppur organizzati tematicamente - in cui lo scrittore rivanga pensieri e ricordi, dà sfogo alle ossessioni di una vita mettendole per iscritto quasi a esorcizzarle. L’autore quindi si mette a nudo in queste pagine di diario date alle stampe, descrivendo con dovizia di particolari le allucinate dinamiche mentali, la sua ossessione per le voci dei morti, la dolcezza della natura del Polesine e del Garda, il suo approccio con la fede, con la religione ma soprattutto il suo stridente rapporto con il corpo ecclesiastico (fa sua la frase “Ho l’anima anticlericale e un cuore da monaco” dello scrittore francese Renard.) Il libro fa parte della collana “Biblioteca di letteratura inutile” che ha inaugurato la rinascita della Italo Svevo nel 2016, e ne rispecchia la linea editoriale sia da un punto di vista contenutistico - la collana infatti “propone aristocraticamente lampoon, libelli, scartafacci, pandette, glossari, digesti e tutto quanto non è classificabile nei generi tradizionali di narrativa e saggistica” - ma anche e soprattutto da un punto di vista artigianale. I libri di questa collana infatti, avvalendosi dell’impianto grafico di Maurizio Ceccato, riprendono l’idea delle pagine intonse; ciò richiede al lettore una relazione assai fisica con l’oggetto libro: egli dovrà infatti munirsi di tagliacarte (o surrogati) e pazientemente adoperarsi a tagliare le pagine, come si faceva un tempo. Le peculiari caratteristiche di forma e contenuto rendono l’esperienza di lettura sicuramente unica nel suo genere.