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Il re degli stracci

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Roma. Anni fa. Il quarantatreenne Andrea Massimi è uno degli avvocati d’affari più in gamba della città, bel fisico e occhi azzurri. Ora sta stringendo con desiderio la mano di una ragazza che ha la metà degli anni dell’amata adorata moglie Marzia. È la sua segretaria e gli fa un interessato filo, così si è inventato una scusa, clienti di passaggio a Roma (copertura garantita dal fratello Giorgio, socio nello studio che era stato del padre). L’ha invitata a cena e pregusta il dopocena a casa di lei. Tutto va secondo i piani, solo che Marzia ha cominciato stranamente a cercarlo con insistenza al cellulare silenzioso, lasciando pure messaggi che ha deciso di non ascoltare. La moglie avrebbe davvero urgente bisogno di parlargli e, mentre continua a provare a chiamarlo, d’improvviso tre energumeni entrano nella casa ai Parioli e la uccidono, trucidando anche la loro piccola figlia Lucia di sette anni. Sembra una rapina finita male. Andrea lo scopre a tarda notte quando torna a casa, sono già arrivati il fratello, la polizia e il sostituto procuratore Anna Ungaro. Lui impazzisce dal dolore, fugge e scompare: due anni dopo è un barbone fuori da ogni radar, nessuno ha saputo che fine ha fatto. Lo ritroviamo a vivere per la strada, facendo quello che fanno tutti gli invisibili homeless senzatetto, raccattare le scorie del fiume di umanità che scorre loro accanto, reciprocamente senza accorgersene. Dorme dentro l’Orto botanico, sotto un albero del Gianicolo; fa la fila alla Caritas per il pasto della sera; scrive di continuo ovunque (muri, cartelli, ringhiere) con un pennarello e beve parecchio. Una sera per caso cerca di difendere l’amico Lillo da un pestaggio, per salvarlo si fa menare e fermare da due cattivi poliziotti, Ungaro lo riconosce e libera, ma uscendo Andrea vede al polso di una trans il braccialetto di corallo e perle di fiume che aveva fatto fare e regalato alla moglie. Una scossa, un flash! E ricomincia in qualche modo a vivere per ricostruire come le è finito addosso. Con l’aiuto di altri clochard indaga sul caso chiuso, una brutta violenta storia tra corruzione e ricatti…

L’ottimo esperto affermato regista Stefano Vicario (Roma, 1953) esordisce alla grande nel romanzo noir, ben arrivato! L’opera prima è un’efficace incalzante narrazione in terza persona varia (molto sull’invisibile), sceneggiata e ritmata attraverso una settantina di brevi capitoli (con fulminei titoletti), ricca di vivide descrizioni di stati d’animo e contesti sociali, inframezzata ogni tanto in corsivo dalla deposizione spontanea alla procura del legatissimo fratello maggiore, volta a spiegare la multipla personalità di Andrea (infedele, vanesio, imprevedibile) e ad aiutare le indagini riapertesi: aveva nell’armadio trenta paia di scarpe e si infilava solo maglie di cachemire, ora si è messo a vestirsi solo di stracci (da cui il titolo); da ragazzino era bullizzato dai compagni e bisognava sempre difenderlo, anche ora continua a cacciarsi nei guai; da adolescente e da uomo conquistava donne a piè sospinto e non riusciva a frenarsi nemmeno dopo sposato, ora si è isolato da tutti e tutte nella sporcizia. Emergono via via tanti altri personaggi, chi investiga e chi svia, chi fa il magnaccia e chi fa gli oroscopi, molto ruotando intorno al mondo visibile e invisibile dei barboni (da cui il sottotitolo, che evidentemente annuncia una serie), fra vagoni abbandonati e ripari di fortuna. Per ubriacarsi conta la quantità non la qualità dell’alcol, mandarlo giù in maniera metodica e caparbia, come se fosse una medicina. E forse lo è.