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Il re e il suo giullare

Il re e il suo giullare

Enrico è ormai avanti con l’età. Non vuole pensare alla morte, è pur sempre re Enrico VIII d’Inghilterra, ma sente di non essere più il giovane prestante e desiderabile di una volta. E proprio quando un cortigiano gli domanda quale sia il suo primo ricordo si adira così tanto da scacciarlo di malagrazia dalla sua presenza. È proprio il genere di discorsi che si fa con i vecchi rimbambiti. E lui non è di certo arrivato a quel punto! Eppure. Quel pensiero ormai si è fissato nella sua mente ed Enrico non riesce a liberarsene. Allora inizia a ricordare. Aveva forse tre anni e, per la prima volta, si era ritrovato tra applausi e acclamazioni. “Soltanto il maschio secondogenito”: queste parole si riferivano proprio a lui. Era consapevole di essere il figlio minore, quello che non avrebbe mai ereditato il trono. La corona sarebbe toccata ad Arturo, il fratello maggiore, ma a lui non interessava. Quella giornata era solo per lui. Enrico ripensa all’emozione provata mentre, in una calda mattinata estiva, si recava a Westminster Hall dove suo padre, re Enrico VII, lo avrebbe nominato cavaliere dell’Ordine del Bagno e duca di York. L’unico vero duca di York; tutti gli altri pretendenti a questo titolo o coloro che già si proclamavano tali erano solo usurpatori, e il re lo avrebbe definitivamente dimostrato proprio grazie al suo secondogenito. Il piccolo Enrico era già consapevole dell’importanza del momento e non aveva alcuna paura. Ricorda di essersi goduto ogni singolo momento della cavalcata sul suo cavallino bianco, di aver amato il bagno di folla che i sudditi gli avevano tributato lungo l’intero tragitto, invocando benedizioni dal cielo per lui, e di non aver perso un solo istante della lunga e tediosa cerimonia. Dopo essere stato investito dei titoli aveva percorso a ritroso la grande sala – non si devono mai dare le spalle al re! – fino a quando Tommaso Bolena, uno degli scudieri di suo padre, lo aveva aiutato a indossare le vesti cerimoniali. Bolena. Per il piccolo Enrico il nome di quella famiglia non significava nulla, ma ancora non sapeva che ben presto avrebbe iniziato a perseguitarlo giorno e notte...

Margaret George, autrice statunitense, è uno dei grandi nomi dei romanzi storici. Le sue opere spaziano dall’Inghilterra di epoca Tudor alla Roma antica, passando per la guerra di Troia e la Palestina dell’anno 0. Il re e il suo giullare, pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1986, è frutto di più di dieci anni di intenso studio, il cui risultato è un romanzo fiume di più di mille pagine, che appassiona fin dalla prima riga. L’overture è quanto mai d’impatto, e riesce ad aggiungere un tocco di mistero a quella che, a tutti gli effetti, è una storia arcinota da quasi cinque secoli. Sono passati ormai dieci anni dalla morte di re Enrico VIII e anche Will Somers, il suo buffone di corte, si sta avviando sul viale del tramonto. In Inghilterra la regina Maria – passata alla storia come Bloody Mary – reprime con forza chiunque sia anche solo in odore di protestantesimo e Will sente di dover preservare un tesoro. Decide, quindi, di contattare via lettera Caterina Carey Knollys, per consegnare nelle sue mani l’eredità di suo padre. Ma non Guglielmo Carey, colui che Caterina aveva sempre reputato suo padre, bensì lo stesso re Enrico VIII. Caterina, infatti, è la figlia di Maria Bolena e del re, nata prima che il sovrano perdesse la testa per la sorella di lei, Anna (colei che, a tutti gli effetti, la testa la perse davvero). Inizia, quindi, la narrazione del diario del re, l’eredità cui Will accenna. Attraverso le parole di Enrico il lettore ha la possibilità di rivivere le emozioni provate la prima volta che, ancora bambino, aveva potuto ammirare la bellezza mediterranea di Caterina d’Aragona e di percepire tanto l’amore provato per lei, quanto la passione che Anna Bolena aveva scatenato nel suo animo; la venerazione per la virginale Giovanna Seymour; lo sdegno, trasformato poi in affetto fraterno per la “Cavallona Fiamminga” Anna di Cleves; la follia in cui era stato trascinato grazie all’esuberanza giovanile di Caterina Howard; il pudico riserbo nei confronti di Caterina Parr. Le sei mogli di Enrico VIII e la sua intera vita vengono narrate in modo coinvolgente e mai banale attraverso gli occhi e la voce di un uomo con cui, per assurdo che possa sembrare, risulta impossibile non empatizzare. Non fosse per i salaci commenti dello stesso Will che, frapponendosi di tanto in tanto alla narrazione, riescono a sconfessare quella che appare come una perfetta arringa difensiva.