Salta al contenuto principale

Il re ombra

Il re ombra

Il segno nero sull’occhio e il rivolo di sangue fanno capire che lo scontro c’era stato: quel prigioniero, così fiero nel portamento, quasi un dio greco per la grazia e l’armonia del suo corpo, non cederà all’ennesimo interrogatorio, all’ennesima umiliazione. Carlo Funcelli vuole dare una lezione a tutto il popolo etiope che si sta ribellando all’avanzata fascista e vuole allo stesso tempo rassicurare la Roma fascista che l’impero sta nascendo. Non è necessario avere da lui altre informazioni, basta parole: bisogna passare ai fatti! Ibrahim, traditore passato alla causa dei fascisti per necessità e opportunità, ha lo sgabello e la corda, robusta e flessibile per reggere un uomo e tenerlo in vista qualche giorno. Il prigioniero ha paura, il prigioniero scalcia, si irrigidisce, ma morirà come un martire, come un eroe. Fa sempre paura la morte quando si avvicina e anche i corpi più prestanti si piegano alle grida ed alla tensione del momento solenne. Ettore Navarra è chiamato a fotografare quel momento, a renderlo eterno e tramandarlo ai posteri: tanti scatti, tanti momenti di terrore e orgoglio, mescolati in un unico scatto. E mentre la sera i soldati brindano per esorcizzare l’orrore, sugli altipiani Hirut e Kidane preparano la resistenza...

Lo stile non è dei più semplici, forse perché il romanzo è volutamente non semplice: non si tratta della storia lineare dell’invasione dell’Etiopia e della resistenza etiope; non si tratta solo di raccontare le nefandezze fasciste (Indro Montanelli che aveva vissuto in prima persona quell’evento giurò e spergiurò che nessun etiope era morto per effetto dei gas lanciati dagli italiani) o di come è fuggito il negus Hailé Selassié. È un romanzo polifonico, che alla voce delle donne etiopi (Aster, Hirut, la cuoca ...) e degli ‘eroi’ etiopi (Kidane su tutti), intreccia i deliri di Carlo Fucelli, i tormenti imperiali del negus e le paure di Ettore Navarra. È un romanzo di memoria collettiva che porta alla consapevolezza dell’identità di una persona, prima che di un popolo: Maaza ricorda come la sua amata nonna aveva sfidato il marito e si era appropriata del suo fucile per combattere al fianco dei soldati etiopi, come fa Aster nella finzione. È soprattutto un romanzo crudo, fatto di corpi, ferite, soprusi ed umiliazioni: la scatola di latta con le foto di Navarra che rappresentano i segni tangibili dell’invasione, la scatola della vergogna per un uomo che aveva vissuto quell’eccidio diventandone narratore e complice, è la protagonista vera dell’intero racconto, perché porta i segni della caduta dell’essere umano, li registra rendendoli immemorabili. Corpi soggiogati, corpi martoriati e fucilati, impiccati, si alternano a paesaggi e scene di normale schiavitù. Si tratta di un romanzo dai toni epici, proprio per la sua coralità e polifonia, nella quale il lettore si perde e a volte fatica a ritrovarsi, anche perché è un romanzo scomodo, intriso di vendetta, dove non c’è redenzione se non nelle azioni dei personaggi. È un romanzo che si sottrae ad ogni giudizio morale, perché soltanto chi ha vissuto quei fatti può davvero capirli. La testimonianza, diretta ed indiretta di Maaza Mengiste, aiuta ad avere un’idea, sfuocata, di quanto è accaduto, per chi un giorno vorrà davvero fare i conti col suo passato.