Salta al contenuto principale

Il regalo

Il regalo
Autore
Traduzione di
Genere
Editore
Articolo di

Dopo la morte della moglie, suo padre aveva smesso di lavorare, messo in vendita la casa, comprato un camper ed era partito per Hollywood. Vedere il luogo in cui nascono i film era sempre stato il suo sogno. Nei due anni in cui era stato lontano, gli aveva mandato molte lettere, in cui aveva rivelato fatti e sentimenti che, di persona e stretto negli ingranaggi della routine, non era mai riuscito ad esprimere. Alla fine, però, contrariamente a quanto aveva promesso, non aveva fatto ritorno: si era ammalato e la morte gli aveva impedito di trascorrere con lui gli ultimi giorni. Ora è passato del tempo e al figlio è rimasta solo l’urna che conteneva le sue ceneri (disperse, per sua volontà) ed il dolore per la perdita, ormai metabolizzato. Nella sua vita tutto procede in modo ordinato, fino a quando, una mattina di gennaio, un evento fa saltare gli equilibri. Deve incontrare un cliente importante, così, salutate moglie e figlia e presi borsa e computer, sale sulla sua macchina nuova. La stessa che, non appena si ferma all’autogrill per un caffè, si vede rubare sotto gli occhi. Prova a correre dietro al ladro, ma niente, allora cerca il telefono per chiamare la polizia, ma stranamente è del tutto scarico. Non resta che andare al commissariato più vicino, che risulta essere quello di un posto chiamato l’Isola. Di autobus ne passano pochi, così il direttore dell’autogrill gli trova un accompagnatore: lo strano tipo che suona la chitarra all’ingresso del locale e che è diretto proprio lì con il suo vecchio furgone. Sale a bordo ed analizza la situazione: sta viaggiando con uno sconosciuto dall’aspetto poco rassicurante, fuori diluvia, non ha più la macchina e la sua meta è un posto chiamato Isola non a causa dell’acqua, ma perché i veri isolati, a sentire il chitarrista, sono i suoi abitanti. Niente sembra avere una logica…

Opera seconda per Eloy Moreno, uno dei maggiori fenomeni editoriali di Spagna degli ultimi anni. Come nel precedente Ricomincio da te, suo romanzo d’esordio, anche qui tutto verte sul mal di vivere della società contemporanea, sulla routine che strangola, il lavoro che stressa, le scadenze che incombono, l’insoddisfazione che avanza, i sogni che svaniscono. Sull’infelicità, insomma. Dopo un inizio che poggia con forza i piedi per terra, la narrazione prende velocemente il volo verso una dimensione a metà strada il surreale e il fantastico, in cui il protagonista si trova coinvolto, prima, ed incastrato, poi, in un meccanismo apparentemente diabolico. Diabolico solo per lui, però. Perché il lettore non fa nessuna fatica a capire (gli indizi sono molteplici) che quello che accade va interpretato in modo diverso. Nonostante i buoni propositi dell’autore, che palesemente mira a regalare speranza ai frustrati, agli scoraggiati, agli arrendevoli, alle vittime del “logorio della vita moderna” ‒ tutte categorie comprese nella figura del protagonista, non a caso mai chiamato per nome ‒, l’opera risulta poco riuscita. I personaggi, sia nell’eloquio, sia nei pensieri, che nella storia personale sembrano ricalcati su stereotipi già visti, e tante riflessioni di sapore New Age ricordano cose già lette e sentite altrove. Se l’originalità non è, dunque, caratteristica precipua del libro, spicca una qualità del suo autore: la capacità affabulatoria, che consente di ultimare in poche sorsate un volume di quasi quattrocento pagine. Bella la frase di Stephen Hawking in esergo, che riassume perfettamente l’intento del romanzo: “Anche chi sostiene che non si può fare niente per cambiare il proprio destino, guarda prima di attraversare la strada”.