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Il resto di Sara

Il resto di Sara

“Vado a casa, mi aspetti per la buonanotte?”. Invia poche parole in attesa che il semaforo diventi verde, poi ingrana la prima e parte con la sua vespa. Ma una vecchia Golf decide di accelerare sul giallo per evitare il rosso, centrandola in pieno. Rosaria, detta Sara, vola via e cade violentemente sull’asfalto caldo di una giornata estiva messinese. Per fortuna l’ospedale è poco distante e l’ambulanza arriva in un attimo, chiamata dal bigliettaio del cinema lì di fronte che sa quanto quel maledetto incrocio sia pericoloso con il buio. I segni vitali sono debolissimi, Sara è più di là che di qua. Nenzi, l’infermiera che l’ha soccorsa, la fissa con i suoi occhi brillanti alla Liz Taylor tenendole le mani per richiamarla alla vita. “Torna indietro, non te ne andare” le ripete in continuazione. Sta rivivendo un incubo, come ogni volta in cui le capita di soccorrere una donna di quarantaquattro anni in fin di vita vittima di un incidente in moto. Non c’è tempo da perdere, Sara deve essere sottoposta a un intervento per emorragia cerebrale che non si sa se avrà successo, ma non può e non deve andarsene: Nenzi è sicura che sulla barella abbia sbarrato per un attimo gli occhi e l’abbia guardata, come a volerle dire qualcosa. Intanto la sala d’aspetto si è riempita di parenti e amici, di tutte quelle persone che hanno bisogno che Sara viva per riconoscere e accettare i propri errori, per uscire da un incubo di anni, per sentirsi ancora utili...

Con uno stile spontaneo e immediato, Valeria Ancione ci regala un romanzo intenso e commovente, emozionante fino alle lacrime per la delicatezza e la sensibilità con cui riesce a raccontare un dramma che con il suo peso emotivo schiaccia i personaggi e tocca il lettore. Nel tempo sospeso di una notte che sembra infinita e di cui si teme proprio la fine per le notizie che potrebbe portare, nella tragedia di una vita appesa a un filo si sciolgono i nodi che avvinghiano i familiari, gli amici e i conoscenti di Sara, che si rendono conto solo nella sala d’aspetto dell’ospedale di quanto la loro vita sia legata alla sua e di quanto abbiano bisogno di lei. La lunghissima attesa diventa l’occasione per ciascuno di loro per un esame di coscienza, per riconoscere le proprie colpe e accettare di rinascere. Sara deve vivere: il suo resto — ovvero il suo restare dopo l’incidente — è fondamentale per permettere a tutti loro di farsi perdonare e ricominciare, a partire da un nuovo e più disinteressato rispetto per l’amica. La sua morte significherebbe la loro morte perché non potrebbero vivere con il peso di averle fatto male e di non essere riusciti a chiederle scusa, perché perderebbero la possibilità di liberarsi di un incubo ricorrente, perché vedrebbero svanire il sogno che dà sapore alla loro quotidianità. Se la trama è semplice, anzi quasi immobile, profondo e tragico è il dramma che offusca le vite di quanti stanno aspettando Sara fuori dalla porta del reparto. In discussione è il senso del loro rapporto con lei e quindi il significato che la relazione con gli altri assume nella loro vita, relazione che per essere sana e appagante non può essere guidata dall’interesse egoistico di una parte.