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Il richiamo di Alma

il richiamo di alma

Un giovane universitario trascorre le sue giornate in maniera svogliata, studiando, senza troppo impegno, a casa della zia Francesca – che è sposata ma ha una storia un po’ misteriosa e vive da sola -, dove ogni giorno va a pranzo. Appartiene ad una famiglia alto borghese tergestina, suo padre è un dirigente d’azienda, membro di vari consigli di amministrazione con lo scopo di collezionare gettoni di presenza in ogni ente o società gli sia possibile essere presente, a capo di una attività commerciale sotto altro nome. Di sua madre, il ragazzo non è in grado di definire con precisione l’attività “ma – dice – suppongo non facesse niente per niente, dato che nemmeno con noi riusciva ad essere disinteressata almeno quel tanto che avrebbe dovuto per salvare le apparenze”. Quello che è certo è che talmente occupata in faccende estranee alla famiglia da non avere tempo né per i figli né per la casa. Il fratello maggiore, Carlo, è un avvocato convinto che sia necessario esaltare la propria professione piegando ad essa la natura umana e, con tutta probabilità, certo che la verità coincida con l’opinione personale affermata su quella altrui e che la giustizia sia un fatto di pura prevalenza. Sua sorella Nerina – che quando arriva a Trieste “usava comportarsi come una scervellata, metteva tutto a soqquadro” – vive a Roma dove ha sposato un nero perennemente ubriaco che lavora in un istituto di ricerca di fisica nucleare e si beve tutto lo stipendio. Con nessuno dei membri della sua famiglia il giovane universitario ha particolare confidenza, legami profondi, affinità di qualche tipo. Non a caso l’obbligo di andare a pranzo da zia Francesca, che poi è una cugina povera di suo padre, non gli è affatto di peso e in quella casa il ragazzo si trattiene con piacere. A lui si è affezionato, invece, il “negretto”, ovvero il nipotino Cirillo e lui, quasi suo malgrado, ricambia l’affetto del bambino, finendo di fatto per essere l’unico che si occupi di lui, “durante le nostre passeggiate, camminavamo mano nella mano […], io attento a non guardarlo perché, ogni volta che incontravo i suoi occhioni, mi sentivo rimescolare dentro”; “Portandomelo dietro […] stavo cercando qualcosa che lui aveva creduto di trovare in me”. Poi nella vita del giovane accade qualcosa. “Non ricordo il giorno e neanche l’anno esatto in cui ebbe inizio la storia che voglio raccontare”. Al tramonto di un giorno d’autunno tiepido e assolato, seduto sul sedile di pietra della terrazza della casa di zia Francesca, mentre sta cercando di leggere in attesa che sia pronta la cena, il giovane alza lo sguardo al cielo arancione e scorge una figura bianca in piedi sul piano della balaustrata della Scala dei Giganti, affacciata sulla piazza: capelli biondi, occhi scurissimi, un viso tondo e pallido, un leggerissimo vestito candido lungo fino ai piedi, le braccia nude, una fascia azzurra in vita, al dito indice della mano sinistra un anello con una pietra. Il ragazzo le rivolge la parola, preoccupato che possa perdere l’equilibrio instabile, lei ride, gli risponde scherzando, lui esce in strada con il cuore in gola per raggiungerla. Ma quando arriva di fronte alla balaustrata della ragazza eterea non v’è più traccia. Dopo qualche tempo, durante una delle passeggiate con Cirillo – senza averne coscienza sempre nelle stesse strade, “quasi un labirinto”, intorno allo stesso punto, “il punto in cui dovevo incontrarla” – il giovane la rivede, completamente diversa, nemmeno bionda, ma è certo che sia la stessa ragazza. La vede allontanarsi, la segue, la vede sparire in un portone, lo varca ma c’è soltanto un cortile interno pieno di erbacce. Chi è questa ragazza misteriosa? Cosa vuole da lui? Riuscirà il giovane a scoprire almeno il suo nome?

Pubblicato per la prima volta nel 1980 da Adelphi, Il richiamo di Alma è da annoverare certamente tra le opere maggiori di Stelio Mattioni (1921 – 1997), dirigente d’azienda, autore prolifico di racconti e romanzi, con qualche incursione nella saggistica (un saggio su Umberto Saba è stato molto apprezzato dalla critica) e una gioventù da poeta, figura di spicco dell’ambiente intellettuale triestino. I protagonisti dei suoi libri sono quasi sempre personaggi comuni alle prese con la loro quotidianità – “il quotidiano da cui scaturisce il malessere” dice nella Prefazione la figlia Chiara, curatrice appassionata delle sue opere postume – e con un malessere esistenziale indefinito che innerva le loro esistenza di qualcosa di inafferrabile e sfuggente; un qualcosa che il lettore non riesce a fermare ma che percepisce nettamente e che continua a inseguire durante la lettura insieme all’autore, anche dopo aver girato l’ultima pagina, cosa che accade in questo romanzo. Sono personaggi che vivono una crisi di identità individuale e sociale, nella quale l’irreale trova un varco per fare irruzione nel reale. È stato osservato che la mescolanza tra questo malessere esistenziale e l’elemento fantastico fa di Mattioni un erede dei grandi protagonisti della letteratura triestina e mitteleuropea a cavallo tra ‘800 e ‘900, a cominciare da Italo Svevo. Il protagonista de Il richiamo di Alma è un giovane della ricca borghesia tergestina che trascina una vita stanca e svogliata in studi che non lo appassionano. Il personaggio che compare all’improvviso nella sua storia, Alma – sarà un nome “parlante” e quindi “colei che nutre, che dà vita” oppure “anima”? chissà -, eterea e sensuale allo stesso tempo, è occasione per ripensare questa vita, per riaversi dal torpore dell’abitudine stanca. Chi sia non si sa, non lo sa il giovane, non lo sa il lettore. E non si saprà, perché, alla fine, non ha importanza; come ci ha insegnato Konstantinos Kavafis nella sua Itaca è il viaggio che conta, non la meta. Non è Alma il fulcro del romanzo, leggiamo nella Prefazione, ma lo studente, perché questa è soprattutto “la storia della ricerca del proprio sé profondo […], una storia che nasce dal disagio esistenziale, dall’anelito a una libertà irraggiungibile, dal bisogno di trovare un altrove più soddisfacente”. Non è un caso che questo sia stato definito un romanzo iniziatico (all’età adulta, soprattutto) e labirintico, oltre che pieno di suggestioni letterarie e psicologiche, così da esortare il lettore a cercare sempre nuove chiavi di lettura per conoscere se stesso. E, come dice Gianfranco Franchi nella bella Postfazione, “Il labirinto non è un gioco. Il labirinto non è mai stato un gioco. Il labirinto non può essere un gioco”, in una storia ambienta a Triste, città complessa e misteriosa come ogni città di frontiera, città labirintica essa stessa; ed è in questo labirinto che seguiamo Alma, che con la città sembra coincidere, in questo percorso iniziatico attraverso “lo stradario tergestino elegiaco e mistico”, per citare ancora Franchi. Dice Chiara Mattioni che per suo padre Trieste “è una città interiore, un labirinto di viuzze e edifici in cui ci si perde e che, nell’assenza di uscite, sembra rappresentare la condizione umana” e che in una lettera l’aveva definita “una città che non esiste perché non è una città ma un moto dell’anima”. Allo stesso tempo, nonostante le descrizioni puntuali dei luoghi, il lettore si ritrova guidato oltre le dimensioni di spazio e tempo, insieme allo studente strappato alla sua accidiosa esistenza, oltre la quale la figura misteriosa di Alma lo conduce senza mostrargli mai davvero nulla, senza svelargli davvero alcunché. Scrittura sobria, allusiva, capace di creare un’atmosfera onirica che racconta un irrazionale sottilmente inquietante che incombe ma resta celato, questo romanzo parla, dunque, di una ricerca destinata a fallire ma che, pure, a distanza di anni svelerà al protagonista la consapevolezza che gli ha donato. Inspiegabilmente ancora poco noto, Stelio Mattioni è una delle personalità più originali del panorama letterario del ‘900, soprattutto in quello del fantastico, apprezzato da intellettuali come Carlo Bo e Italo Calvino, che di lui scrisse “non somiglia a nessuno, ha un mondo fantastico proprio e di gran forza”. Il richiamo di Alma concorse al Premio Selezione Campiello 1980 arrivando in finale; ripubblicato oggi dopo quarant’anni appare quanto mai moderno, soprattutto alla luce della definizione dello stesso autore, “È un richiamo ad una vita più autentica, più nobile: ad una vita interiore, spirituale. […] Sostanzialmente un richiamo religioso, sì, ma non solo”. Nel 2013 Vanna Vinci l’ha adattato a fumetti per “Il Piccolo” di Trieste, illustrandolo con grandi tavole. L’edizione illustrata è quindi stata pubblicata da Bao Publishing con l’aggiunta di immagini inedite.