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Il riflesso del passato

South Dakota, 1977, mese di marzo. Sono passati pochi giorni dal suo sesto compleanno quando accade quello che Jonah non esita ormai a considerare l’evento centrale della sua vita. Se la sua memoria fosse un film si vedrebbe una telecamera che inquadra la scena partendo da una ripresa aerea. Comparirebbero poi nella scena la casa di suo nonno vista dall’alto, lo scuolabus giallo che si ferma all’imbocco del vialetto lungo e fatto di ghiaia. Quel giorno, il giorno in cui il suo cuore si è fermato per un breve tempo prima che i soccorritori lo riportassero in vita, Jonah era andato a scuola e aveva imparato alcune cose e poi aveva fatto ritorno a casa. Nel suo zaino di tela aveva dei quaderni e durante il viaggio di ritorno era così concentrato a guardare il profondo buco che qualcuno aveva aperto nel tessuto della poltroncina davanti alla sua che neanche si era accorto di essere giunto a destinazione. Era comunque sceso dallo scuolabus in tempo ed era entrato in casa di suo nonno facendo cadere a terra lo zaino e ascoltando i rumori provenienti dalla stanza dell’anziano che sonnecchiava. Quello stesso giorno Jonah si era messo a giocare con Elizabeth, il dobermann di suo nonno, un cane da guardia col quale spesse volte aveva trascorso il tempo e al quale lui poco prima aveva allungato una salsiccia. Ed è proprio durante il gioco che accade l’irreparabile: il cane, probabilmente scambiando il bambino per una preda o comunque in un momento di nervosismo, morde Jonah in modo violento. Il lungo canino del cane gli perfora la pelle appena sotto l’occhio sinistro e apre uno squarcio che percorre la guancia fino alla gola. Un secondo morso lo raggiunge all’orecchio staccandone un pezzo e poi le mani, gli avambracci e il labbro inferiore. Suo nonno lo ritrova quasi morto dopo aver sfondato la porta del bagno e in un mare di sangue…

È questo il violento ma avvincente e toccante incipit de Il riflesso del passato di Dan Chaon. Si tratta di un noir/thriller mozzafiato che all’azione e al mistero sa coniugare descrizioni generose e preziose e riflessioni tutt’altro che scontate sul senso della vita, sul peso che il passato può avere nell’esistenza di una persona. I personaggi sono a tutto tondo, sembrano persone reali e non solo frutto della penna di uno scrittore. Questa loro verosimiglianza conduce il lettore a solidarizzare e con le loro sorti, a lottare con loro e a vedere la vita con i loro occhi. Il romanzo segue le vicende di Jonah, protagonista indiscusso della storia, di sua madre Nora, perseguitata dal ricordo di un figlio dato in adozione e di Troy che è in libertà vigilata e vede la sua vita sgretolarsi dopo essere stato lasciato da sua moglie e privato di suo figlio. Le storie narrate sanno intrecciarsi sapientemente costruendo un romanzo che si muove su piani temporali e semantici diversi e che si presta a più livelli di lettura. La scrittura è fluida e serrata, non presenta sbavature ma sa mettersi al servizio della narrazione e delle vicende scolpite. Le parole sono precise e lo stile mai pedante pur salvandosi sempre dalla banalità di un linguaggio eccessivamente colloquiale. Nel leggere il romanzo si resta piacevolmente avvinti dalla storia, dal suo ritmo e dal suo scorrere rapida mediante una costruzione per scene che permettono di vedere perfettamente ogni accadimento. Un thriller innovativo e meritevole che prende le distanze da quei romanzi d’azione votati esclusivamente all’artificio della narrazione. Qui c’è anche della poesia, e il linguaggio preserva intatta la bellezza di un’opera di spessore.