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Il ritorno del ronin

Il ritorno del ronin

Giappone, 1603, periodo Keicho. Otto cavalli lanciati in una corsa spericolata discendono la collina, guidati da altrettanti uomini determinati a portare a termine un inseguimento fino a quel momento infruttuoso. Il gruppo di giovani samurai capeggiato da Takatora Nambu ha il compito di stanare e uccidere il ronin responsabile della morte del loro capo clan, Okubo. Stanchi, assetati e scoraggiati si chiedono come questo Matsuyama Kaze possa averli distaccati, viaggiando a piedi e per di più rallentato dalla presenza di una bambina di dieci anni al seguito. Eppure, il ronin sembra scomparso e intensificare le ricerche rastrellando la campagna in lungo e in largo si è rivelato infruttuoso. Di scomparsa in realtà non si può parlare, perché Kaze-san e la piccola Kiku si sono in realtà nascosti sotto la superficie del lago che gli otto stanno costeggiano al galoppo. Le due piccole canne tagliate che affiorano giusto qualche centimetro al di sopra del pelo dell’acqua non destano sospetti, si mimetizzano perfettamente con la vegetazione. L’astuzia si è rivelata una qualità indispensabile per potersi muovere furtivamente ed evitare di attirare l’attenzione durante i lunghi spostamenti. Kaze e Kiku sono infatti diretti a Osaka, dove il ronin spera di trovare informazioni sulla famiglia della bambina. A legarlo a lei è una promessa stretta con la madre, in punto di morte. Dopo anni di ricerche, Kaze è riuscito finalmente a ritrovare la figlia e a portarla in salvo, strappandola a una casa del Male di Edo, luogo di perdizione e di abusi. Per uno strano scherzo del destino, il ronin si trova costretto a fare affidamento su un altro bambino per proseguire il viaggio. È il giovane Kaeru (Ranocchio) a guidare la barca che li traghetta dall’altra parte del lago. Un bambino semplice e poco istruito, orfano, avvezzo a rubare per sopravvivere, che vede in quel samurai-sama la possibilità di intraprendere una vita diversa, un’avventura. “I no naka no kawazu taikai o shirazu”, grida la piccola Kiku verso quel ragazzino fastidioso e invadente: una rana nel pozzo ignora il grande oceano. Un antico detto sicuramente adatto a descrivere la situazione. Questo chiassoso e improbabile trio, apparentemente non molto affiatato ma decisamente variegato, è pronto per incamminarsi verso l’imponente castello di Osaka in cerca di... solo un attimo. Quello sul sentiero non è forse un cadavere?

Dale Furutani, a distanza di più di vent’anni dall’ultimo capitolo della saga dedicata al ronin detective, torna ad animare il personaggio di Matsuyama Kaze, riprendendo la storia da dove l’aveva lasciata. Sebbene il romanzo sia catalogato come mistery, come nei precedenti capitoli anche ne Il ritorno del ronin storia e cultura sono i veri protagonisti. L’ossessione maturata nel tempo da Dale, giapponese di terza generazione, per il paese di origine si è concretizzata in numerosi viaggi in terra natale e in un’attenta ricerca storiografica, collocata prevalentemente nel periodo successivo alla battaglia di Sekigahara (1600). L’universo narrativo che ruota intorno a Kaze, alla piccola Kiku e a Ranocchio è popolato di personaggi storici come il temibile shōgun Tokugawa Ieyasu e l’altrettanto rinomato Toyotomi Hideyori, suo rivale e signore del castello di Osaka. In questo quarto capitolo, durante la breve visita ad Osaka, Kaze si imbatte anche in diversi gaijin (stranieri), uomini enormi dall’odore forte e fastidioso, ricoperti di peli di colori strani, perlopiù commercianti portoghesi, soldati e missionari cristiani. In un racconto verosimile, onesto e privo di quel romanticismo che a volte tende a infettare gli scrittori stranieri che raccontano del Giappone, Dale ci fornisce dettagli su alcune delle forme mentis più criticate della cultura tradizionale. Con un bilanciamento efficace tra informazione e intrattenimento, il romanzo si arricchisce di dettagli legati ad argomenti di risaputo interesse come la filosofia di vita zen, l’arte della spada. A questo però si affiancano temi meno conosciuti e legati ad un passato non sempre edificante. La persecuzione dei cristiani dopo la messa al bando della religione monoteista da parte di Hideyoshi nel 1587 è l’ingranaggio principale alla base del processo investigativo. Come sempre, tuttavia, Furutani non è interessato a nascondere il colpevole dietro a un complicato meccanismo di depistaggio bensì si concentra sulle motivazioni sottese all’assassinio, che nel suo caso sono sempre legate, in modo particolare, con la cultura e la tradizione. Come lui stesso afferma, i suoi non saranno certo gialli in stile Agatha Christie ma Kaze-san ha sicuramente il merito di lasciarci scoprire, attraverso i suoi viaggi e le sue disavventure, scorci affascinanti di un tempo cronologicamente e culturalmente lontano.

LEGGI L’INTERVISTA A DALE FURUTANI