Salta al contenuto principale

Il ritorno di Filip Latinovicz

Il ritorno di Filip Latinovicz

Kaptol, Croazia. Dopo ventitré anni di assenza, il pittore Filip Latinovicz fa ritorno nel paese natale, abbandonato in un’alba molto simile, se non identica, a quella del suo ritorno. Poco o nulla è cambiato da allora, tutto appare simile a come lo aveva lasciato. La stessa strada vuota, il vecchio campanile in fondo al viale, lo stesso lampione che ha illuminato la sua dura infanzia. È come rivivere il momento in cui, di ritorno da tre giorni di follia e bagordi, si era presentato alla porta di casa, trovandola chiusa. È come quello stesso mattino grigio, quando sua madre non lo aveva fatto entrare. “Quello è il vostro posto” aveva detto guardandolo dallo spioncino, dandogli del voi e lasciandolo sulla strada. Il ritorno ai luoghi dell’infanzia segna l’inizio di una crisi identitaria legata alla figura della madre Regina e al mistero che circonda la nascita di Filip, che le malelingue dicono figlio del vescovo presso il quale il padre faceva il servitore. Una crisi che si ripercuote anche sulla sua identità di pittore, sulla visione dei colori del mondo, delle forme umane che lo occupano. “In ogni occhio umano c’è qualcosa della tristezza con cui gli animali chiusi in gabbia guardano oltre le sbarre; i movimenti delle persone sono movimenti da iena, e piagati, poiché stanno tutti tra inferriate e tutti sono chiusi a chiave in gabbia”. Quello di Filip è un viaggio nel viaggio, all’incontro con personaggi sempre più cupi e torvi, immersi in un nero pieno di forme e illuminati da una luce densa, michelangiolesca...

Scritto nel 1932, di ritorno da un viaggio in Europa e dopo aver pubblicato un saggio dedicato al pittore tedesco George Grosz, il romanzo è considerato il capolavoro di Miroslav Krleža, uno tra i più importanti autori croati del Novecento che, grazie anche al progetto della casa editrice friulana Bottega Errante che ne ripropone la terza edizione italiana dopo quella del 1983 e del 2009, viene riscoperto e riportato alla luce. La narrazione del ritorno a casa di Filip Latinovicz corrisponde a un viaggio esistenzialista, un viaggio di incognite, domande sulla continuità dell’Io che si muove nel tempo, attraverso le mutazioni del corpo. Ma, nel viaggio, vi è anche una visione fallimentare, fatta per immagini, di spostamenti del focus da una rappresentazione pittorica all’altra, diverse seppur simili tra loro, e permeate dalla stessa patina di lordura. “A lei tutte le cose sembrano sporche come le malattie della pelle. Si tratta di una specie di visione dermatalogica del mondo. Io purtroppo non sono un dermatologo”. Vale a dire che l’uomo non ha gli strumenti per affrontare se stesso, non può protegersi da ciò che egli stesso porta. Melanconia è la parola chiave, inevitabile sentimento che conquista l’uomo che osserva le cose del presente da una prospettiva oltretombale. In questa visione il tempo non è più un vettore, ma un imbuto dentro cui guardare. “Non so se mi crede, ma io guardo alle cose con quarantacinque secoli di distanza. Su questo le do la mia parola d’onore!”. Allora sì, tutto scompare: il nostro penoso agire, il nostro insignificante pensare.