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Il romanzo da tre soldi

Il romanzo da 3 soldi

Fine 1899. George Fewkoombey, soldato dell’esercito di Sua Maestà, durante le guerre boere ha perso una gamba in battaglia e per questo è stato rispedito a Londra con un’indennità di 75 sterline. Con quei pochi soldi rileva una bettola a Newgate, ma ben presto si rende conto che il locale non gli frutta abbastanza per andare avanti. Dopo quattro mesi è costretto a chiudere e si ritrova senza un penny, confuso con “l’infinita schiera dei miserabili che la fame trascina giorno e notte per le strade della capitale del mondo”. Decide di chiedere l’elemosina, ma incontra da subito difficoltà impreviste. Mendicare sembra facile, ma non lo è: George parla troppo e tende troppo poco la mano, la gente non ha pazienza e non gli dà retta. Finché un giorno un altro mendicante non lo blocca apostrofandolo in malo modo e spiegandogli che per esercitare il mestiere a Londra deve obbligatoriamente avere una sorta di autorizzazione che viene rilasciata da un certo J. J. Peachum, in Old Oak Street numero 7. E che tale autorizzazione non è affatto gratuita. Fewkoombey non crede all’uomo e non si reca in Old Oak Street. Ma le cose vanno per lui di male in peggio: malmenato da un mendicante storpio e anziano ma dal fisico assai possente, viene quasi ridotto in schiavitù da questo energumeno, che piazza l’ex soldato a un angolo di strada al mattino, la sera gli requisisce i miseri proventi della sua elemosina e in cambio gli dà da mangiare un po’ di aringa e un bicchiere di grappa. La faccenda però non sfugge alla misteriosa organizzazione di Old Oak Street numero 7, e quindi George Fewkoombey viene liberato dal suo sfruttatore. Jonathan Jeremiah Peachum ha cominciato come commerciante di strumenti musicali, successivamente si è accorto di essere in grado di dare ottimi consigli ai mendicanti che bazzicavano vicino alla sua bottega, finché non ha deciso di farne un mestiere…

L’ascesa al potere di Adolf Hitler e l’incendio del Reichstag organizzato dai nazisti nel 1933 avevano convinto/costretto Bertolt Brecht a riparare prudentemente in Danimarca. Qui il poeta e drammaturgo ultimò in fretta Il romanzo da tre soldi, che uscì nel 1934 – dopo qualche mese di disaccordo e tensione sulla veste grafica del volume tra autore ed editore – per la casa editrice olandese Allert de Lange. È simile nel titolo e nella struttura al suo celeberrimo “musical” L’opera da tre soldi (che aveva debuttato nel 1928 con le musiche del geniale Kurt Weil) e condivide con esso gran parte dei personaggi, primo tra tutti il sinistro ma fascinoso Macheath. Tra pièce teatrale e romanzo c’è però un intervallo di sei anni, ed erano stati anni politicamente decisivi. Perciò Brecht non si è limitato a riscrivere in forma romanzata il copione, è ripartito daccapo nel raccontare la sua storia di mendicanti, capitalisti straccioni e gangster. E lo ha fatto caricandola il più possibile di metafore e messaggi politici: il romanzo è infatti profondamente marxista, è forse la più marxista delle sue opere, come ebbe a sottolineare Walter Benjamin. Una feroce critica del capitalismo e dei meccanismi della finanza, ma anche di una società che incoraggia comportamenti scorretti, opportunistici, abbietti in nome del raggiungimento del “successo” economico, apparentemente unico metro di valutazione degli esseri umani. Pare che le strategie commerciali di Macheath Brecht le avesse modellate su quelle messe in atto da Rudolph Karstadt con i suoi supermercati EPA-Einheitspreis-Aktiengesellschaft, che negli anni Venti e Trenta avevano assunto posizioni dominanti (se non quasi un monopolio) in Germania con una politica molto spregiudicata e aggressiva. Nonostante la maggiore profondità ideologica e l’utilizzo forse più sapiente di personaggi già di per loro memorabili, Il romanzo da tre soldi è infinitamente meno noto e apprezzato de L’opera da tre soldi: qui manca Kurt Weil, certo, ma senza dubbio questo è un libro che avrebbe meritato e meriterebbe maggiore attenzione. Un motivo in più per non lasciarsi sfuggire la riedizione targata L’Orma dopo cinquant’anni di assenza dalle librerie, con la mirabile traduzione di Franco Fortini e Ruth Leiser.