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Il romanzo di Elisabetta

Il romanzo di Elisabetta

Due giovani ragazze con l’uniforme dell’Auxiliary Territorial Service (ATS), il braccio femminile dell’esercito britannico, sono chine sulla ruota di una Tilly, il mezzo militare più usato del periodo, nell’intento di cambiare una ruota. I bulloni da svitare sono duri e sembra che non abbiano nessuna intenzione di cedere, nonostante gli sforzi delle due ragazze. La loro istruttrice chiede se vogliono fermarsi e riprendere fiato, ma loro rifiutano. Anzi, una delle due si fa passare una chiave a croce e con un ultimo sforzo e una preghiera ad alta voce fa cedere, finalmente, il bullone più duro, che si svita come se gli fosse stato impartito un comando dall’alto. Le due giovani donne sono compiaciute e galvanizzate e completano con successo il cambio della ruota sotto gli occhi benevoli dell’istruttrice. Una delle due ragazze ha diciotto anni e si chiama Elizabeth Alexandra Mary Windsor. È la figlia di Re Giorgio VI di Inghilterra, timida ma volitiva, determinata e in grado di convincere i suoi genitori a permetterle di impegnarsi attivamente come ausiliaria durante il Secondo conflitto mondiale per dare un aiuto concreto alla sua nazione. Addirittura lo considerava il su regalo di compleanno e non chiedeva né desiderava altro. Il sovrano, dopo averci riflettuto a lungo ed essersi consultato con il Consiglio, ha ceduto e ha permesso alla sua primogenita, Altezza Reale ed erede al trono di Inghilterra, di partecipare all’addestramento militare, come se fosse qualsiasi altra ragazza del suo tempo. Elizabeth non solo svolge il periodo di addestramento con entusiasmo e disciplina, ma viene sottoposta anche lei all’esame finale come ogni giovane allieva ausiliaria. Esame a cui assiste l’intera famiglia reale: sovrano, regina consorte e sorella minore di Elizabeth, sua Altezza Reale la principessa Margareth. E alla fine dell’esame, l’istruttrice si congratula con il sovrano affermando che: sua Altezza Reale Elizabeth non solo è la prima donna di una famiglia reale ad avere scelto l’uniforme per servire il suo Paese, ma anche la più giovane ufficiale donna dell’ATS. Circa un decennio dopo quella giovane e volitiva ragazza sale al trono con il nome di Elisabetta II e per settanta anni regge la corona di Inghilterra diventano parte della storia del Novecento…

Eva-Maria Bast confeziona un romanzo (non un saggio, attenzione) che ha come caratteristica principale quello di riuscire ad affascinare per la plausibilità di quanto viene intelligentemente raccontato nelle sue pagine. Il carattere deciso e fermo della sovrana britannica è cosa nota e riportata sia nelle cronache del regno che nelle indiscrezioni di corte che nelle biografie, più o meno autorizzate, di Elisabetta II. Una determinazione che - pur apparentemente in contraddizione con l’indole timida e riservata della regina - le ha permesso nella sua vita privata e nella sua vita pubblica di mantenere il punto su ogni faccenda che le stesse davvero a cuore. La giovanissima Elizabeth venne “letteralmente” colpita dal bellissimo e affascinante Filippo, principe di Grecia. E nonostante la sua famiglia non fosse particolarmente favorevole a questa unione, Elizabeth fece tutto quanto in suo potere per potersi fidanzare con l’uomo che le aveva rubato il cuore. L’unico uomo che la sovrana più longeva di ogni tempo ha amato per tutta la vita. Come in ogni matrimonio, anche in quello regale ci sono stati compromessi da entrambe le parti, ma Elisabetta II, salita al trono giovanissima, ha saputo sempre conciliare il suo ruolo di sovrana con quello di moglie e di madre. Il romanzo della Bast racconta proprio questo ai lettori. Racconta di una donna dalla volontà ferrea che avrebbe perseguito i suoi desideri anche qualora non fosse mai diventata regina. Suggerisce, in pagine di grande narrazione, che non si diventa la sovrana più famosa del mondo esclusivamente attraverso una solenne incoronazione, ma che per governare, in qualche modo, serve qualcosa di innato. Tutto il resto lo si può imparare e apprendere giorno dopo giorno con impegno ed esperienza, ma le inclinazioni personali restano il miglior punto di partenza possibile. Eva-Maria Bast usa una prosa semplice, immediata, colloquiale per raccontare grandi storie. Per raccontare, anzi, belle storie. Un romanzo come questo necessitava di uno stile e di un linguaggio comprensibile, confidenziale e l’autrice lo ha applicato all’intera narrazione dando vita a un libro in cui le pagine si girano con facilità e la lettura diventa uno “svago”, nel senso più nobile del termine.