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Il Sabir dei pirati

Il sabir dei pirati. 1001 vicende della guerra di corsa nel Mediterraneo

Il volume è suddiviso in un migliaio di brevi aneddoti storici, frutto di capillare e specifica documentazione previamente raccolta dall’autore. Attraverso queste “pillole” così numerose viene esaminata gran parte dei fatti di pirateria e di guerra navale avvenuti tra il 1536 ed il 1574 nel Mare Mediterraneo. A fungere da tramite, da trait d’union a tale successione di eventi v’è il sequestro di Giovanni Dionigi Galeni, che viene fatto prigioniero da giovanissimo nei pressi di Isola Capo Rizzuto, in Calabria, e, dopo esser stato convertito all’Islamismo e ribattezzato Uluç Alì, diviene personaggio di spicco all’interno della marina ottomana. Arriva persino alla carica di Grande ammiraglio e partecipa alla battaglia di Lepanto come comandante dell’ala sinistra dello schieramento turco, unico tra i comandanti ottomani a sopravvivere allo scontro. Dal punto di vista cronologico, i fatti iniziano con il già detto sequestro (1536), che si trova in realtà a metà percorso storico, se si considera che la fase più significativa del conflitto in questione andò dal 1497 al 1580…

Come suggerito dall’autore, chi legge può scegliere se seguire solo la storia più lineare - ossia quella di Giovanni Dionigi Galeni, che occupa la prima parte del libro - oppure interessarsi anche di altri quattro filoni narrativi “collaterali” che De Ambrosis costruisce attorno allo snodo principale della vicenda. Anche questi ulteriori segmenti sono ordinati cronologicamente al proprio interno, e messi insieme al primo costituiscono una vera e propria, complessa e articolata saga: un po’ come una sorta di Star Wars dei pirati e corsari del Cinquecento. Si tratta di un lavoro ambizioso e, per quanto può constare a un non/storico di professione, senz’altro riuscito: si nota lo sforzo dell’autore di non appesantire troppo la narrazione, proponendo frasi e note più brevi possibile, visto che già la quantità infinita di luoghi, eventi e personaggi rischia di per sé sola di frastornare il lettore non avvezzo. Il problema è che alla inevitabile complessità del contenuto si aggiunge uno stile, forse anche in questo caso inevitabilmente, “diaristico” e cronachistico che, ripetuto quasi sempre lungo lo sviluppo del saggio (che è assai ponderoso, più di 700 pagine), non facilita affatto né la lettura né soprattutto la memorizzazione dei fatti. Se si intendeva farne un lavoro anche di intrattenimento, sarebbe stato opportuno strutturarlo sotto forma di romanzo, mutandone radicalmente la forma mantenendo però l’affascinante contenuto.