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Il sale della terra

Il sale della terra

Luca è in piedi davanti al water. Una delle prime pallottole entra dalla finestra aperta, gli passa sopra la testa e va a incastrarsi nel muro di mattonelle dietro di lui. Prima di avere il tempo di tirare su la lampo, abbassare il coperchio del water, salirci sopra e guardare fuori dalla finestra per cercare di capire da dove provenga il terribile frastuono che sente, la porta del bagno si spalanca e sua madre entra. Lo spinge rudemente verso la doccia; Luca inciampa e i denti gli si conficcano nel labbro. La madre, intanto, lo fa rintanare in un angolo; la doccia non ha né porta né tenda e Luca se ne sta lì, incastrato, mentre la madre lo avvolge con il suo corpo che è diventato uno scudo. La porta del bagno è aperta e Luca vorrebbe sfuggire dall’abbraccio della donna per darle una piccola spinta con un dito e chiuderla, ma capisce che la madre l’ha lasciata aperta apposta. Una porta chiusa attira maggiormente l’attenzione. Fuori continua il fragore degli spari, mentre l’aria è impregnata di odore di carbonella mista a carne bruciata. Suo padre sta grigliando la carne asada e le cosce di pollo, il suo piatto preferito. La mamma, intanto, gli mette le mani ai lati del viso, per tappargli le orecchie. In mezzo a tutto quel rumore Luca riesce a sentire la radio, la voce di una donna che pubblicizza il canale e fa partire una canzone che parla d’amore. Si sentono voci e passi pesanti sul portico. Devono essere in tre e qualcuno è entrato in cucina per controllare se c’è chi è sfuggito alla rappresaglia. Madre e figlio restano bloccati a lungo in un intreccio di braccia e gambe e ginocchia e dita. Anche dopo che gli uomini se ne sono andati, dichiarando che la casa è vuota, Luca e Lydia non si muovono. Quando finalmente Luca poggia i palmi delle mani per terra, per sentire il tocco freddo delle mattonelle sulla pelle, prova un guizzo di gioia realizzando di essere ancora vivo. Sua madre crolla contro la parete di fronte a lui e serra la mascella...

Acapulco non è solo mare cristallino e chilometri di spiaggia finissima. È anche violenza, omicidi, spargimento di sangue. È anche, soprattutto, narcotraffico. Il nemico, ad Acapulco, è ovunque, perché tutti sono corrotti: poliziotti, giornalisti, uomini comuni. Tutto, ad Acapulco, ruota intorno al potere. Ed è in questa città, così piena di contraddizioni, che prende l’avvio la vicenda raccontata nell’ultimo libro di Jeanine Cummins, autrice americana al suo terzo romanzo: sedici persone, riunite per festeggiare i quindici anni di una cugina, cadono sotto i colpi impazziti dei narcos. Solo Lydia e Luca - madre e figlio - si salvano dalla carneficina e inizia per loro un’estenuante fuga dal sud del Messico agli Stati Uniti, inseguiti dal boss mandante della strage, quel cliente della libreria gestita da Lydia, denunciato in un articolo da suo marito, il giornalista Sebastian, anch’egli vittima del massacro. Se la storia di Lydia e Luca è un’invenzione necessaria alla trama del romanzo, vere sono le condizioni di violenza che caratterizzano il Messico e vera è, ancora, la disperazione di chi - per sfuggire a tale violenza - si fa migrante e affronta una vera e propria odissea, fatta di umiliazione, rischi e pericoli, uno tra tutti rappresentato dalla Bestia, il treno merci su cui uomini, donne e bambini disperati si arrampicano al volo, pregando ogni volta di non venirne investiti. Una corsa contro il tempo verso la salvezza, una traversata ai limiti della dignità personale - che così da vicino ricorda il problema dei profughi che, quotidianamente, raggiungono il nostro Paese - alimentata da un’unica speranza, quella di tornare a respirare la libertà. Una lettura cruda, che aggroviglia lo stomaco e lascia senza fiato; una storia di crudeltà e coraggio, di amore e dolore, di corruzione e altruismo; un libro che scuote la coscienza e che resta impresso nella pelle anche dopo l’ultima pagina; una vicenda amara filtrata dallo sguardo di persone per bene, cittadini comuni con una famiglia e progetti di vita quotidiani improvvisamente sconvolti da un destino che non guarda in faccia nessuno e si accanisce senza distinzione di ceto o di razza. Il romanzo della Cummins ha suscitato parecchie discussioni negli Stati Uniti, dove la comunità messicana ha fortemente criticato l’autrice in quanto “una bianca statunitense non può scrivere una storia di migranti messicani”. La scrittrice ha dichiarato di essersi documentata a lungo e di ritenere che, avendo una madre portoricana e un marito che è stato un immigrato irregolare, la sua famiglia avesse comunque un vissuto simile a quello dei personaggi di cui ha scelto di scrivere le dolorose pagine di vita. In ogni caso, pur essendo la linea di demarcazione tra libertà artistica e appropriazione culturale assolutamente poco netta, va sottolineato il fatto che oltrepassare i limiti della propria identità sia uno degli aspetti più profondi della letteratura. E allora ben venga il romanzo della Cummins, che trova legittimazione anche nelle sue stesse parole: “Da non migrante e non messicana credevo di non aver diritto di scrivere un libro ambientato quasi interamente in Messico, tra i migranti. Avrei voluto che lo scrivesse qualcuno con la carnagione un po’ più scura della mia. Ma poi ho pensato: Se sei una persona capace di diventare un ponte, perché non farlo?”.