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Il sangue dei baroni

Il sangue dei baroni

Carlo Alberto De Marchi, preside della facoltà di Giurisprudenza della Libera Università di Padova, gongola: è appena riuscito a far vincere a sua figlia Carola – una viziatissima bionda aggressiva e sensuale dalla preparazione accademica tutt’altro che impeccabile – un posto da ricercatore bandito dalla cattedra di Diritto Privato. A pagarne le spese è stato chi quel posto da ricercatore lo avrebbe meritato davvero, lo zelante Daniele Capovilla, “trombato” dopo sei anni passati a sgobbare in dipartimento e a pubblicare ricerche sulle più prestigiose riviste di settore. Capovilla ora guarda al suo futuro professionale con terrore: la nuova riforma Sicomori, entrata in vigore da poco, ha sancito la precarizzazione totale dei ricercatori universitari, costretti a contratti a termine triennali prorogabili per un altro triennio al massimo: dopodiché o abilitazione o arrivederci. E nel suo caso la prospettiva è proprio quell’arrivederci. “La spaccatura con le giovani generazioni era ormai incolmabile. I contratti a termine e la bella novità del concorso nazionale per ottenere l’abilitazione scientifica, necessaria anche solo per concorrere al posto di associato o di ordinario, si sarebbero ben presto rivelati presidi invalicabili, imbuti micidiali in cui tritare le ambizioni degli aspiranti professori”. Ma non solo il povero Capovilla a Padova ha buoni motivi per odiare il corrotto e spregiudicato preside di Giurisprudenza: a capeggiare la fronda anti-De Marchi è Enrico Zaramella, professore di Diritto internazionale, un brillante docente quarantaduenne maniaco della fitness e delle diete, terrorizzato dalla vecchiaia. Zaramella però ha un punto debole: malgrado sia sposato con una rampolla dell’alta borghesia padovana e abbia una figlia piccola, ha una relazione extraconiugale con Anna, giovane ricercatrice emiliana con un fisico da sballo e l’attitudine di una escort che lo ricatta e gli impedisce di troncare come lui vorrebbe. E per giunta non sa che De Marchi lo sta studiando, in cerca di uno scheletro nell’armadio, di un segreto che possa pregiudicarne la carriera in ascesa…

Tra trombati e trombate si dipana questa nerissima commedia pulp e ultragore in cui Matteo Strukul, come uno chef in vena di scherzi sinistri, ha inserito moltissimi ingredienti diversi. Le logiche intricate e spietate dell’ambiente accademico, la soffocante ipocrisia della buona borghesia di provincia, il sesso etero ed omosessuale, la corruzione, i misfits della malavita locale, la violenza, gli stupri, un rapimento e persino un serial killer – battezzato dai media Cacciatore di scalpi – le cui oscure gesta sono sullo sfondo per buona parte del romanzo, salvo poi venire in primo piano nel convulso finale. Il ritmo a cui Matteo Strukul costringe il lettore è un forsennato, sguaiato garage rock che non ammette pause né cali di tensione, l’approccio è rigorosamente politically uncorrect, lo stile è diretto e privo di censure. Niente di rivoluzionario, sia chiaro, ma un romanzo onesto e acido, una lettura divertente e veloce per chi ama il genere.