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Il sangue del sud

Tra le figure destinate ad avere un ruolo decisivo in generale nella storia del Risorgimento e in particolare nella vicenda sanguinaria del brigantaggio meridionale, della sua nascita, del suo dilagare e della sua repressione, spiccano Papa Pio IX, Re Francesco II di Borbone e Cavour. Il primo, giunto al Soglio di Pietro molto giovane, suscitò diffuse speranze di progressismo che in breve si premurò di deludere con forza, assumendo una posizione ostinatamente antidemocratica; il secondo, noto come “Franceschiello”, fu un sovrano debole (malgrado l’influenza della battagliera e anticonformista consorte, Maria Sofia di Baviera) e non seppe evitare l’espansione piemontese, tradito dal suo esercito; il terzo, politico cerebrale e spregiudicato, trasformò il Piemonte in uno Stato avanzato e moderno ma non amò mai i meridionali. Tutti – due su tre loro malgrado – furono decisivi per l’Unità d’Italia, tutti furono decisivi per la nascita del fenomeno del brigantaggio. Molti dei reduci della carneficina piemontese di Gaeta si diedero alla macchia, il successivo proclama di Re Francesco II “dette nobiltà e legittimità alle future imprese dei briganti e richiamò nostalgici avventurieri da tutta Europa, esaltati dall’idea di difendere l’ultima trincea del trono e dell’altare”. Il ribellismo anarcoide e il banditismo erano fenomeni antichi, ma il rigore a volte ottuso e razzista dei nuovi governanti piemontesi e le profonde, dolorose differenze economiche e sociali fanno avvampare il fuoco e l’incendio si diffonde, potente: “Terra, giustizia, onore, tradizione, orgoglio, cacciata dello straniero: erano questi i concetti che incitavano i briganti alla battaglia”. Il 20 dicembre 1860 un decreto richiamò alle armi i più giovani. L’esercito piemontese sperava di raccogliere 72.000 nuove unità, si presentarono soltanto in 20.000. Molti preferirono imbracciare il fucile del brigante piuttosto che quello del traditore…

Per molti – e tra loro anche illustri patrioti oggi celebrati sui libri di Storia – l’Unità d’Italia fu anche annessione di territori infestati da “selvaggi e beduini” da trattare con pugno di ferro e nessuna pietà. Questo atteggiamento da brutali colonizzatori alla fine finì per incentivare il brigantaggio invece che scoraggiarlo e per giunta gli fece guadagnare la simpatia non solo dei contadini meridionali come prevedibile, ma anche di larghe fasce della borghesia che, dopo aver “tifato” per i piemontesi, finirono per provare una imprevedibile “nostalgia borbonica” malgrado le tendenze liberali. Per non parlare dei reduci garibaldini e di altri militari che la strategia governativa indusse a darsi alla macchia e ad aggregarsi alle varie bande armate sparse per l’Italia centro-meridionale. Ma naturalmente non fu soltanto l’atteggiamento dei piemontesi a causare il fenomeno: Giordano Bruno Guerri ci restituisce alla perfezione la complessità del quadro storico e sociale in cui il brigantaggio è nato e cresciuto: e del resto questo approccio è quello che gli è da sempre più congeniale. I saggi di Guerri non sono mai un puntiglioso elenco di fatti in ordine cronologico corredati da fonti e documenti, la sua storiografia è più ariosa, da editorialista piuttosto che da archivista. Procede ragionando e ragionando (ri)porta all’attenzione dei lettori la stagione del brigantaggio postunitario, che per lui è una “parentesi della quale si sono perse le tracce, quasi un incubo da rimuovere e censurare, una pagina vuota, una tragedia senza narrazione”. Non c’è alcuna volontà, nel lavoro dello storico, di “denigrare il Risorgimento”, piuttosto di guardarlo con obiettività, “per recuperarlo – vero e intero – nella coscienza degli italiani di oggi e domani”.