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Il sangue delle donne

Il sangue delle donne

Ilaria spiega che non è vero che le cose si dimenticano e che ci si rassegna al dolore, perché ci sono morti alle quali è impossibile rassegnarsi. Come quella di sua madre, Patrizia Crocetti, morta a trentasette anni per mano dell’uomo che ha amato e sposato, suo marito. Così Ilaria è rimasta senza madre – deceduta per emorragia cerebrale, dovuta a un colpo violento inferto nella regione sottozigomatica destra – e non ha più alcun interesse a sapere che fine abbia fatto il padre, quell’uomo che ha dilapidato una fortuna al gioco e del quale conserva solo ricordi sgradevoli. Dopo la tragedia, la vita di Ilaria è stata un percorso difficile e tortuoso: rimasta sola, ha vissuto con i nonni e ha dovuto svendere la casa nella quale abitava, per pagare i debiti accumulati dal padre. Ha dovuto ricominciare tutto daccapo... Quando conosce Vittorio Giordano, Filomena è poco più di una ragazzina, cresciuta dalla nonna in una situazione di relativo benessere, con i genitori sempre impegnati al lavoro. Vittorio è il suo principe azzurro e, anche se realizza abbastanza in fretta che l’uomo è un violento, la picchia, la insulta e ha il vizio di bere, sente di volere solo lui, nient’altro che lui. Quando ha ventidue anni, Filomena rimane incinta e sposa Vittorio, convinta che un matrimonio e un figlio possano cambiarlo. Ma Vittorio non cambia né con l’arrivo del primo figlio, né con il secondo e neppure con il terzo. La violenza e la furia dell’uomo su di lei non si spengono e sfociano, anni dopo, in un gesto terribile: Vittorio le svuota una bottiglia di acido solforico sul volto, sul collo e sul corpo... Il dolore che Giovanna è stata costretta ad accettare la fa sentire come se un pezzo del suo cuore si fosse staccato da lei. Ed è così da quando Lauretta, la quarta dei suoi figli, tutti fortemente voluti e amati, non c’è più. Ha dodici anni Lauretta quando suo padre Roberto la uccide, in un gesto di violenza inaudita, quella che forse avrebbe voluto riversare nei confronti della moglie Giovanna, colpevole di aver deciso di porre fine a un matrimonio reso sempre più difficile dai continui tradimenti dell’uomo...

È difficile leggere questo libro. Occorre fermarsi spesso durante i racconti delle protagoniste, donne ferite, umiliate, sopravvissute ma spesso morte dentro. Si tratta di figlie rimaste orfane di un genitore, ucciso dalla furia dell’altro; di mogli sfregiate da mariti incapaci di accettare un rifiuto; di madri private del bene più prezioso: l’amore di un figlio; di fidanzate colpevoli di aver scelto di chiudere una relazione sfilacciata e stanca; di donne che pagano con la vita le loro scelte. Si tratta anche di uomini incapaci di accettare la fine di una storia; di figure deboli per i quali la violenza è l’unico linguaggio possibile; di padri, mariti, fidanzati che confondono l’amore con il possesso, la libertà con la coercizione. I femminicidi in Italia sono una scia di sangue che non fa differenze: colpisce il nord come il sud, viene perpetrata su donne giovani o meno giovani a opera di uomini italiani e no, colti e con uno scarso livello di alfabetizzazione, appartenenti a livelli sociali umili o meno. La violenza sulle donne è una vera e propria piaga sociale, che non accenna a fermarsi e neppure a diminuire, e che troppo spesso vede la figura femminile – colpita a morte o offesa e umiliata nella sua dignità – vittima due volte: di un compagno di vita sbagliato e di uno Stato assente o non sufficientemente forte da riuscire ad arginare il dilagare di un enorme problema. E allora ben vengano i testi come questo: Adriana Pannitteri e Valerio di Gioia raccontano senza sconti, spiegano la crudeltà e la barbarie senza risparmiare alcun particolare, perché non ci si può assuefare alla violenza e all’orrore, non si può tacere. Bisogna alzare la voce e avere il coraggio di mostrare una normalità che non ha nulla di normale, una normalità che uccide e lascia orfani, una normalità che annienta, una normalità di fronte alla quale è vietato rassegnarsi.