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Il sanguinaccio dell’Immacolata

Il sanguinaccio dell’Immacolata

Palermo, 8 dicembre, Festa dell’Immacolata Concezione. Siamo in piazza San Francesco ed il luogo è gremito di fedeli che attendono l’uscita della statua della madonna. Il questore Bellomo all’ingresso della basilica sorride e stringe mani. Marò Pajno, il vicequestore, si fa largo tra la folla sino a raggiungere il superiore. All’interno della chiesa si trova il fercolo d’argento fermo dopo i tre canonici giri. Gli uomini della confraternita dell’immacolata scaldano i muscoli prima di affrontare la discesa. “Qui” bisbiglia il questore alla collega e supera la balaustra, infilandosi nella cappella dedicata a San Giorgio. Appoggia le spalle alla parete e con un piede sul gradino - posa plastica quasi parte integrante del bassorilievo - comunica alla donna il nuovo caso del quale si deve occupare. Non solo ma la prega di fare attenzione al discorso che sta per pronunciare perché proprio quel discorso “a trasi e nesci sul significato della festa dell’Immacolata, a partire dall’antico culto dei monaci di San Francesco” avrà lei stessa come protagonista quale dirigente il gruppo antifemminicidio della Questura di Palermo. L’intonaco farinoso della cappella di San Giorgio lascia una vistosa striscia bianca sulla costosa giacca di lana Tasmania blu notte del questore. Marò impietosita lo aiuta a spazzolare la polvere con manate violente sulla schiena. E Bellomo a titolo di ringraziamento risponde “Piano dottoressa, tanto non cambio idea”. Intanto gli uomini della confraternita cominciano a spingere la vara. Piegati sulle ginocchia quelli davanti, sulle punte dei piedi gli altri attraversano con cautela la pedana di legno che riduce il dislivello tra chiesa e sagrato. I muscoli tesi per lo sforzo, le vene del collo gonfie, le facce paonazze, gli occhi fissi all’infinito, cercano di non perdere l’equilibrio; difatti quando si è gravati da una massa così portentosa persino tre piccoli gradini rappresentano una parete scoscesa…

Il giallo di Giuseppina Torregrossa, ambientato interamente a Palermo, è diviso in tre parti e segue le scansioni delle tre feste principali che si tengono nel mese di dicembre. L’immacolata, Santa Lucia e il Natale. A corredo del racconto, antiche ricette. Del famoso sanguinaccio che dà il titolo al libro vengono fornite ampie e dettagliate notizie perché è proprio attorno a questo dolce che ruota il giallo. A parte le curiosità gastronomiche delle quali il testo è disseminato, la lettura del romanzo si rivela avvincente e a colpire il lettore sono soprattutto le atmosfere all’interno delle quali trovano collocazione i personaggi. Destano curiosità le complesse cerimonie pubbliche e private che si tengono durante il mese di dicembre in tutti i quartieri, poveri e ricchi, del capoluogo siciliano e al contempo desta inquietudine la città che fa da sfondo al racconto. L’autrice difatti non indulge a descrizioni stereotipate e talvolta seriamente talvolta con ironia traccia i ritratti di coloro che rappresentano l’anima autentica del luogo. Tra le pagine si trovano al contempo mafiosi, onesti padri di famiglia, persone di indiscutibile valore morale. Un posto speciale, come in tanti romanzi dell’autrice, viene riservato alle donne. I personaggi femminili, pur ricchi di contraddizioni sono delineati in maniera ferma e con punte di ammirazione. Così la protagonista Marò, la brillante “vicequestora” ostaggio dei chili di troppo e degli amori finiti, personaggio a tutto tondo dotato di un’estrema femminilità che deborda in maniera ferma ed incisiva dalla trama del romanzo giallo per restare impresso senza coloritura alcuna nella mente del lettore.