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Il santuario

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Devon, estate 2003. A Thea dopo tre birre scappa la pipì e si sposta poco più in là per non farsi vedere da Ollie, accovacciandosi dietro un cespuglio, dal quale spuntano solo le punte insabbiate delle scarpe e un rivoletto che serpeggia nel terreno polveroso. Si sono allontanati dal campo per restare da soli, con troppe lattine e un obiettivo nemmeno troppo velato. Ma ora l’urlo di Thea squarcia la radura, è inumano e lascia Ollie per un attimo pietrificato e incapace di muoversi: qualcuno che non indossa una delle divise del campo si muove dal folto del bosco, e si sente un rumore secco e liquido, come qualcosa che scoppia e si rompe, trasformando il rivolo acquoso in uno denso e scuro di sangue. Ollie sa che si tratta di Thea ma nella sua testa l’ha trasformata in un manichino o un pupazzo. Scappa. Corre. Senza guardare. Scivola sul fango. La maglietta si impiglia nei rami. Fino a una radura di sabbia e pietra calcarea, dove si rifugia in una rientranza nella roccia, trema e si vergogna di averla lasciata lì da sola... Devon, estate 2021. Jo sta facendo una diretta social per introdurre ai suoi follower il LUMEN, il resort di lusso al largo della costa del South Devon verso cui si sta dirigendo per una vacanza spettacolare all’ombra dell’inquietante Roccia del Mietitore, testimone immobile dell’omicidio di un gruppo di adolescenti vent’anni prima, da parte del custode dell’isola, Larson Creacher…

Secondo romanzo per la detective Elin Warner, ancora sospesa dal servizio. Di solito il romanzo d’esordio prelude a un miglioramento stilistico, ma questo non accade a Sarah Pearse che, nonostante il clamore, ancora non riesce a essere davvero appassionante come la pubblicità vorrebbe far credere. La trama è confusa e banale, i personaggi insulsi, odiosi, fragili e problematici, e non mancano stereotipi e luoghi comuni: persino la poliziotta con l’infanzia difficile all’indomani di un evento traumatico che ha portato a disturbo post-traumatico da stress e temporaneo congedo dal servizio è materia già vista, reintegro improvviso e smagliante compreso. I rapporti tra i personaggi sono forzatamente complicati: tutti criticano tutti, senza fiducia né stima, soprattutto in famiglia, fomentando invece maldicenze e invidie. Numerosi i flashback e i dettagli che, lungi dal dare corpo e spessore all’opera, la rallentano e la appesantiscono di particolari inutili. L’indagine non ha spessore, il processo investigativo è superficiale e disorganizzato: rallentato sicuramente dal contesto geografico sfavorevole e dallo scarso numero di agenti sull’isola, ma questo riconduce ancora alla banalità della trama, che si ispira (in un malriuscito tentativo di innovazione) agli enigmi della camera chiusa. Alcune ingenue imprecisioni e qualche errore di traduzione contribuiscono a ridurne la qualità. Lo stile, immaturo, non eccelle, ma invero risolleva un po’ le sorti del romanzo, grazie alla scrittura scorrevole e a tratti incalzante, e ai capitoli corti e rapidi che danno ritmo. Si lascia leggere, insomma, per qualche ora di piacevole evasione dal sentore psicologico, sebbene senza quella verve stilistica in grado di riscattare del tutto una trama sciapetta.