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Il secondo piano

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Roma, 16 ottobre 1943. Il campanello del convento delle suore francescane di via Poggio a Moiano squilla ripetutamente. Suor Lina, la novizia, intenta a salvare i panni stesi dalla pioggia imminente, indugia, sperando che un’altra consorella si affretti ad aprire prima di lei. Ma nessuna si muove. Tocca dunque proprio a lei, che attraversa il giardino e finalmente corre verso il portone. Lo apre e si trova davanti, esitanti e un poco discoste dall’ingresso, sette persone: un uomo e una donna anziani, un ragazzo dall’aria spavalda, una bambina dalle lunghe trecce, un bimbo dal viso timoroso e i loro genitori. Li mandano le maestre pie Filippini di via delle Botteghe Oscure, presso le quali hanno trascorso alcune ore, nascosti, per sfuggire al rastrellamento operato dai nazisti al Ghetto. Suor Lina non sa che fare, la situazione è del tutto inedita per lei, deve chiedere alla madre superiora, dice, non può farli entrare senza il suo permesso. Ma qualcuno alle sue spalle la spinge da parte. È suor Emilia che, dopo aver ben scrutato la strada davanti al convento ed essersi assicurata che sia deserta, esorta i sette ad entrare, ma in fretta. Poi, dopo avere rivolto alla giovane consorella uno sguardo di rimprovero, la esorta ad accompagnare gli ospiti in cucina e si affretta a salire le scale che portano al primo piano, allo studio della superiora, madre Ignazia. Quest’ultima scende immediatamente, entra in cucina e, con un sorriso gentile e un velo di apprensione nello sguardo, invita gli ebrei esausti e tremanti a sedersi dopo aver tolto i cappotti fradici di pioggia. Hanno trovato una casa dove potranno scaldarsi, asciugarsi, sfamarsi…

Ne Il secondo piano si racconta per la prima volta una vicenda straordinaria, una vicenda di coraggio e solidarietà che vede come protagoniste un piccolo gruppo di suore, decise e intrepide, a contrastare il frequente stereotipo che vorrebbe le religiose timide, rinunciatarie, sottomesse e che per questo le pone “ai margini del quadro: sfocate, quasi invisibili”, nota Ritanna Armeni. E qui, invece, la vicenda di un convento femminile durante l’occupazione nazista di Roma - vicenda emblematica di molte altre - viene raccontata con appassionata partecipazione, con attenzione alle testimonianze e ai riscontri storici, come un romanzo. Cosa potrebbe esserci di più romanzesco, infatti, di un convento nel quale al piano terreno si trovano la cucina in comune e un piccolo ospedale in cui vengono curati dai nazisti stessi i loro feriti meno gravi; al primo piano gli alloggi delle monache e al secondo, finestre chiuse e silenzio assoluto, le stanze degli ebrei nascosti? E non è forse romanzesco che, nella chiesa annessa al monastero, un sacrestano, curioso e sospettoso, convinto ammiratore di Mussolini e dei suoi alleati nazisti, spii i movimenti delle suore? E, ancora, la realtà supera il romanzo perché la superiora è di origine tedesca e tiene nella sua lingua madre il diario di quei nove mesi, tesi tra la generosità dettata dal comandamento della carità e il pericolo di cruente, crudeli rappresaglie. Nel testo alcuni inserti in corsivo narrano gli eventi della grande storia, quella dei potenti e delle armi, che si svolgono in parallelo ai giorni di silenzio, accoglienza e preghiera del convento. Giorni che il piccolo Lele, Lello D’Ariccia, il bimbo timido che si stringeva al babbo dinanzi alla soglia, continua a raccontare e a testimoniare.