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Il segugio

ilsegugio

Alla soglia dei cinquant’anni Cal Hooper pensa sia arrivato il momento di smettere, dopo metà della vita trascorsa di pattuglia sulle strade di Chicago. Trova un cottage in una piccolissima località nella parte ovest dell’Irlanda e vi si trasferisce. I lavori da fare sono tantissimi, ma Cal non ha fretta e soprattutto ha molto tempo a disposizione. È talmente convinto di questa sua scelta che spesso si perde ad osservare i corvi che abitano l’enorme quercia coperta di edera del suo giardino: dicono siano animali molto intelligenti e si abituano facilmente all’uomo, tanto da portargli anche regali. Al momento è lui che lo fa, lasciando pezzetti di cibo sul ceppo lì sotto. Ma i corvi aspettano che lui rientri in casa prima di avvicinarsi, anzi quando tenta di avvicinarsi a sorpresa, strillano qualcosa come un insulto e gli gettano in testa dei rametti. Cal ha messo a tacere il suo sesto senso di poliziotto anche se una sera, mentre si prepara la cena, gli si rizzano i peli del collo, una sensazione che conosce bene. Si sente osservato. Come se nulla fosse si muove tra le stanze ed esce fuori all’improvviso: niente, forse è un animale, lì ce ne sono tanti in quella landa vuota anche se per nulla silenziosa. Il suo vicino di casa, Mart, quando lui parla di chiavi e sistemi di allarme, anche se non racconta i suoi sospetti, ride e gli dice: “Ma hai visto in che stato è questa tua casa? Cosa vuoi che ti rubino?”. Eppure Cal non è convinto e compra del terriccio da mettere intorno all’abitazione e... Sì, non c’è dubbio sono impronte umane, di scarpe da ginnastica, si direbbe! Non passa troppo tempo che si sente osservato di nuovo: esce a sorpresa dalla finestra del bagno sul retro, fa il giro della casa e trova un ragazzino, ma non riesce a bloccarlo perché appena allenta la presa, questo gli stampa la bella impronta dei suoi denti su una mano e scappa via come un razzo, sparendo nel buio. A Cal non resta che andare a medicarsi, perché il morso sanguina...

Quello che all’inizio viene considerato un ragazzino chiede a Cal di poter sapere che fine ha fatto suo fratello, sparito di casa, senza dire niente e senza lasciar traccia. Questo è tutto quello che può assomigliare allo stile dell’autrice, ma è difficile ritrovare ne Il segugio quello che fin qui sono stati i polizieschi di Tana French. Anzi, per certi versi questa volta la storia è stancante, noiosa, senza i soliti guizzi di sottotrame contrastate e contrastanti che, soprattutto, cambiano sotto gli occhi del lettore in un attimo. Qui il poliziotto, o meglio l’ex poliziotto americano, si ritrova spesso nella contemplazione dei luoghi ameni irlandesi, contrastato senza sapere perché dai suoi nuovi vicini di casa che vorrebbero accasarlo con una vedova piuttosto piacente, ma con la precisa volontà, anche se non esplicita (almeno non subito) di non averlo tra i piedi (cosa che peraltro Cal farebbe volentieri, se non fosse stato richiesto il suo aiuto). Il paese è, senza ombra di dubbio, strano: si uccidono le pecore tra concittadini, si coprono i misteri delle famiglie, si lanciano avvertimenti velati, talmente nascosti che, se non fosse per la sottolineatura che ne dà Cal preoccupato, il lettore nemmeno noterebbe. E la soluzione a tutto questo mistero (che mistero alla fine non è, perché non è percepito come tale, ma scambiato semmai come un atteggiamento strano, almeno fino a quel momento), arriva soltanto a una manciata di pagine dalla fine, non permettendo al lettore di entrare nel contesto, di capire appieno le scoperte dell’ex poliziotto in merito alla ricerca di un ragazzo sparito, di mettere insieme i dati per farsi un’idea, ma piuttosto lasciandolo spettatore senza coinvolgimento e spesso annoiato, soprattutto nelle descrizioni di amenità, di restauri, di corvi, di pesca e di caccia.