Alansorrenti entra in scena lasciandosi dietro una scia di detersivo così forte che chi la incrocia si tappa il naso, allarga le dita a ventaglio per ripulire l’aria, o storce la bocca in una smorfia. È lei, femminiello dai modi larghi e da uno sguardo carico di una tenerezza mai vista prima, la prima a candidarsi come zia aggiuntiva per Matteo, undici anni e una voce bianca da miracolo. A Napoli Matteo ci arriva dal silenzio di un paese della provincia spagnola, spedito lì da una madre che con lui ha poco da spartire, dopo che il padre – pianista in sedia a rotelle, capace di guardarlo solo quando canta – è uscito di scena. Lui crede di essere in vacanza; in realtà, forse, se ne vogliono liberare. Ad accoglierlo, nel palazzo Sassano semidiroccato, ci sono due zie bizzarre fissate con la botanica, l’opera barocca e i numeri della smorfia. Tra quelle ombre Matteo scopre di discendere dal più grande cantante napoletano di fine Seicento, il castrato Matteuccio. Ha talento per il canto, è convinto di sentire ancora la voce del padre e di saper decifrare la lingua degli alberi. In piazzetta Salazar passa il tempo a studiare due cornioli separati da una cabina telefonica; e intanto, tra i vicoli e i femminielli del centro storico, comincia il viaggio per abitare finalmente un corpo che non sente più estraneo…

Alessio Arena – cantautore prima ancora che romanziere, napoletano di stanza tra la sua città e Barcellona – firma un libro che si legge con il naso e con l’orecchio più che con gli occhi. La lingua fonde italiano, napoletano e spagnolo in un impasto tutto suo, dove il maschile della grammatica e il femminile del dialetto convivono, e ogni parola sembra risalire dalle viscere di chi la pronuncia. È un tipo di scrittura che tocca e fa toccare: per la sua carica olfattiva viene in mente Il profumo di Süskind, ma qui tutto è più sfacciato, corporeo, vivo. Il registro, quello del realismo fantastico contemporaneo, è capace di saldare il tragico partenopeo alla visionarietà latino-americana: alberi che parlano, castrati barocchi, camorra e opera lirica stanno nella stessa pagina senza stridere, mai. Sullo sfondo una Napoli anni Ottanta e una Barcellona gemella, unite dalla stessa radice, popolate di figure mai deodorate – Elisangela, l’amica capoverdiana, i femminielli del centro storico. Sotto la superficie fiabesca corre un tema tutt’altro che leggero: la ricerca di un’identità sentita come diversa da quella di nascita, e la violenza dei pregiudizi che l’assedia, raccontata con delicatezza e senza prediche. Per Fandango, 348 pagine, sesto romanzo dopo Ninna nanna delle mosche e La notte non vuole venire: un libro generoso, odoroso, politico nel senso più bello. Di quelli che, mentre li leggi, fanno venire voglia di vivere altrettanta vita.