Salta al contenuto principale

Il signor giardiniere

Il signor giardiniere

1674: fuori infuria la guerra franco-olandese. Il principe di Condé e il visconte di Turenne sono ai posti di comando e il Re Sole è fiero delle loro vittorie. Nel frattempo, a Versailles, Jean-Baptiste de La Quintinie, giardiniere del regno, riceve dal monarca un’importante raccomandazione: la perfezione nella cura degli orti e dei giardini. Compito che il giardiniere assolve come una missione di vita. Ex studente di legge, facoltà che ha abbandonato dopo aver visto gli orti di Montpellier, dimesso nel vestire, privo di grazia nella danza, uomo di scarsa eloquenza ma di grande immaginazione, La Quintinie è tuttavia stimato da tutti e gode del privilegio di poter disporre del proprio tempo fino a disertare gli eventi reali. Fin quando non viene invitato dallo stesso monarca a Parigi, dove parteciperà a un ballo in maschera musicato addirittura da Lully, e conoscerà alcuni cortigiani, tra cui Dancourt, che diventerà suo amico. Al rientro a Versailles, una serie di accadimenti lo raggiungono: la morte di Turenne, prima fra tutte, che getta il regno in un transitorio stato d’angoscia, seguita dalle vittorie gloriose di Condé; la richiesta del re di coltivare verdure per un banchetto di mille persone; le voci insoddisfatte eppur coraggiose dei contadini vessati, l’amicizia ritrovata con l’ex compagno di studi Philippe Neuville; gli scandali che coinvolgono i cortigiani, fino all’arresto di Dancourt con l’accusa di aver attentato alla vita del sovrano e la successiva riabilitazione dell’uomo in quanto innocente, l’arrivo della cometa di Halley, il cui percorso lascerà una profonda impressione su La Quintinie. In quest’epoca di stravolgimenti, tradimenti e ingiustizia sociale, il giardiniere, scosso e deluso, non può fare altro che abbarbicarsi all’interno dei suoi orti, erigere muri sempre più alti e reagire alle storture del mondo unendosi, non solo simbolicamente, con la terra…

Una fuga dalla realtà nella più pregante delle realtà, quella della terra, con le sue piante, i suoi insetti, i suoi cicli di nascita e morte. Questo il senso del romanzo che Frédéric Richaud, autore e fumettista provenzale già conosciuto per La porta del diavolo e Lo straordinario destino di Jean Jacques Rousseau, ci presenta attraverso la vita metafora di un uomo dedito alle scienze della terra come forma d’arte, di pensiero e di metro della vita. Più che nelle azioni quotidiane nel rapporto coi cortigiani, è nel confronto quotidiano con i contadini, di cui ascolta voci e lamentele, che La Quintinie impara a discernere la realtà; le conversazioni, dapprima a tu per tu, poi epistolari, con Neuville, esperto di alchimia e astronomia inducono La Quintinie a rivelare il proprio pensiero, prendendo le distanze dalla realtà edulcorata e insieme corrotta di Versailles, fino al supremo desiderio finale di sublimazione e ritorno alla terra. Un romanzo breve ma intenso dunque, in cui il rapporto con la natura e l’universo si fa metafora di un’intera esistenza.