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Il signore dei lupi

Il signore dei lupi

Nel 1780, in un castello medievale della campagna francese, vive il Gran Cacciatore: il Barone Jean De Vez, valoroso conoscitore delle foreste del regno dove semina il terrore tra cinghiali, cervi, daini, lepri ma soprattutto lupi. Al punto tale da meritare il titolo di sovrintendente alle cacce di monsignor Luigi Filippo duca d’Orleans e poiché ha sposato una figlia naturale del Principe ecco che al Barone viene concesso il potere assoluto su tutte le proprietà dell’illustre suocero. Un bel giorno parte per una battuta di caccia alla ricerca di un bel daino di sette anni, insieme al primo battitore Marcotte e al nutrito stuolo di cani tenuti dai servi e sorvegliati dal fido Engoulevent: in tutto quaranta esemplari francesi che si accompagnano a dodici cavalli inglesi. L’inseguimento al daino conduce il Barone fino a Oigny, dove c’è la casupola dell’infido Thibault, l’ambizioso zoccolaio del villaggio che la sorte ha reso orfano di padre proprio mentre studiava e cercava di elevare la propria condizione. Una circostanza che ha reso Thibault ricolmo di gelosia e invidia nei confronti del prossimo. Non a caso al Barone che gli chiede conto della direzione che ha preso il daino ecco che l’uomo fa di tutto per distogliere l’attenzione fornendo false indicazioni. Non solo: promette a se stesso, in barba a tutti i ricconi che possono concedersi a tavola selvaggina e buon vino, che quella sera stessa sarà lui a godere delle carni del daino e non il Barone. Una sfida che potrebbe costare cara allo zoccolaio…

La novella scritta da Alexandre Dumas nel 1856 rivede in tempi recenti una nuova edizione grazie allo sforzo di Piano B edizioni. Si tratta di un vero cammeo nella produzione poderosa di capolavori di Dumas padre di classici immortali, da Il conte di Montecristo a I tre moschettieri. La lettura scorrevole rapisce e conduce in un racconto borderline tra realtà e soprannaturale attraverso fitte foreste, lasciando intravedere ombre e misteri ma con un tono piano tipico di chi narra leggende alla sera, dopo cena, accanto al fuoco. La storia dell’ambizioso zoccolaio che stringe un patto col diavolo è probabilmente uno dei prototipi dei racconti di licantropi che caratterizzeranno la letteratura nei tempi moderni. Poter fare del male soltanto col desiderio di compierlo: un sogno sinistro per chi conduce la propria esistenza nel rancore e nell’invidia. È quanto accade a Thibault che pur essendo un abile zoccolaio trova soddisfazione nel compiere il male, trasformandosi in un licantropo capace di comunicare con i lupi della foresta e, anzi, assumendo il ruolo di capobranco. Ne scaturisce una riflessione sul male e sugli uomini che ne sono artefici, accompagnata da una introspezione psicologica in cui l'autore si è già cimentato in maniera capace e riuscita, una riflessione profonda che purtroppo non passa mai di moda.